Raimondo Catanzaro

La Fondazione Istituto Carlo Cattaneo *

La Fondazione Cattaneo fu costituita nel 1984 e venne riconosciuta nel 1986. Tuttavia il periodo che verrà trattato in questo articolo è più ampio perché l’Istituto Cattaneo venne fondato nel 1965, raccogliendo l”eredità dell”Associazione di studi e ricerche Carlo Cattaneo, a sua volta creata nel 1956. Dunque si può a buon diritto sostenere che l’Istituto ha ormai 43 anni di vita. Ma per ricostruire la sua storia occorre risalire alla nascita del primo germe di ciò che sarebbe diventato un insieme di istituzioni unico nel panorama culturale italiano, e cioè la rivista «il Mulino», che nel 2001 compirà cinquant’anni. Leggere la storia, ripercorrere le tappe e i punti di svolta di un insieme di istituzioni di così lunga durata è operazione complessa, nella quale è necessario operare delle scelte interpretative.

1. In principio era il Mulino: la rivista 

La prima di tali scelte è di leggere la vicenda del Cattaneo nel quadro del «sistema Mulino», cioè il complesso delle istituzioni che si sono venute creando nel tempo, e delle quali la fondazione Cattaneo è parte. L’assetto attuale di questo sistema è il risultato di un processo di differenziazione funzionale e di istituzionalizzazione che può essere interpretato ponendo l’accento sulla genesi e sui punti di svolta. Raccontando, con un’attenzione prevalentemente rivolta alle dinamiche interne, la vicenda del Cattaneo, proverò a leggere, sotto l’angolo visuale di una delle istituzioni del sistema, la storia della sua evoluzione e trasformazione, che ne ha determinato l’assetto attuale.

Oggi le istituzioni fondamentali nelle quali si organizza l’intero sistema sono la rivista il Mulino, la Società editrice, la Fondazione Istituto Cattaneo, l’Associazione il Mulino e la Biblioteca del Mulino.

Il 25 aprile del 1951 esce il primo numero de «il Mulino». Si tratta di un foglio universitario, una rivista che nasce dentro l’Università di Bologna come espressione di un gruppo di studenti universitari e di neo-laureati. La dirige Pier Luigi Contessi, affiancato da una redazione di cui fanno parte Gian Luigi Degli Esposti, Renato Giordano, Federico Mancini, Nicola Matteucci, Luigi Pedrazzi, Mario Saccenti.

Dunque l’avvio dell’iniziativa è opera di un gruppo di ragazzi, se così possiamo chiamarli. Si tratta infatti di persone la cui età è compresa tra i 20 e i 30 anni. L’età da una parte, la fase storica in cui si colloca l’iniziativa (all’inizio degli anni cinquanta), nonché il successivo destino professionale dei fondatori della rivista, non li qualificano (né li avrebbero potuti qualificare) come scienziati sociali. In ogni caso non solo erano giovani studenti universitari o neo-laureati ma si trattava di umanisti, di letterati, di filosofi o di storici. Eppure è da questo germe che si sviluppa una delle più importanti istituzioni nel campo delle scienze sociali in Italia. Si trattava di una iniziativa culturale ma ispirata politicamente, molto interessata alla politica, e questo è un altro elemento determinante nei destini futuri e per capire l’intera evoluzione del sistema; in questa fase, in questi primi anni, è Fabio Luca Cavazza fra gli altri che assume un ruolo fondamentale perché utilizza reti di conoscenze familiari (il padre era amico del presidente dell’Associazione industriali di Bologna, il quale era anche presidente e proprietario della Poligrafici Resto del Carlino che era l’editore, della rivista).

Il ruolo di Cavazza viene riconosciuto anche in un recente contributo di Luigi Pedrazzi che afferma: «Senza Fabio la casa editrice non vi sarebbe stata, né ci sarebbe stata la rivista; Fabio ha avviato questa rivista e questa casa editrice…. In seguito nel complesso meccanismo del Mulino si sono aggiunti tanti altri congegni ma non c’è dubbio che le cose qualcuno deve inventarle, e fu Fabio a concepire il progetto e a realizzare il miracolo di una collaborazione tra un industriale, amico di famiglia ma abbastanza reazionario, che metteva i soldi e un gruppo di universitari, ovviamente anti-fascisti e abbastanza di sinistra come eravamo noi appena ventenni in procinto di laurearci.»

Questo avveniva a Bologna, città egemonizzata dalla cultura del Pci e che per oltre cin-quant’anni sarebbe stata governata da una amministrazione di sinistra. E avveniva in un momento in cui la proprietà editrice della rivista era controllata e diretta dagli industriali bolognesi, e si collocava dunque all’opposizione, sia rispetto al governo della città, sin dalla Liberazione nelle mani del Partito comunista, sia rispetto alla cultura allora dominante nel contesto cittadino. 

2. La genesi del sistema e la sua prima differenziazione: 1954-56 

Il 23 giugno del 1954, sempre nell’ambito della proprietà della Poligrafici Resto del Carlino, si costituisce la casa editrice «il Mulino». Dunque la casa editrice è figlia della rivista, della sua ispirazione e del suo progetto culturale. In quello stesso anno la casa editrice pubblica due volumi molto significativi: uno a cura di Francesco Compagna e Vittorio De Caprariis, dal titolo «Geografia delle elezioni italiane»; l’altro a cura di Nicola Abbagnano, su «Filosofia e Sociologia». Si tratta di due temi che in seguito saranno portanti dell’interesse della casa editrice e del Cattaneo, l’uno per l’analisi dei dati elettorali e l’altro per la sociologia. Mentre il secondo volume raccoglie gli atti di un convegno, l’altro è forse uno dei primi esempi di analisi territoriale delle elezioni e dei risultati elettorali. E non è senza significato che i curatori siano due autori appartenenti ad un contesto non bolognese, ma napoletano. I primi contatti importanti fra il gruppo bolognese del Mulino e gruppi di altre città avvengono infatti con Napoli, dove Matteucci, Pedrazzi e Santucci si erano recati a studiare dopo la laurea presso l’Istituto italiano per gli studi storici. I rapporti con quell’istituto non solo sarebbero stati fecondi, determinando un ampliamento del gruppo fondatore del Mulino, ma sarebbero proseguiti negli anni, soprattutto attraverso la figura di Cavazza, che a partire dal 1986 sarebbe diventato consigliere di amministrazione di quell’istituto. La costituzione della casa editrice costituisce un primo momento di passaggio da un’iniziativa culturale ad un’azienda editoriale, e questo è rilevante perché la vicenda dei rapporti tra le iniziative culturali e l’organizzazione aziendale segnerà tutta la vita del sistema. Il gruppo dei redattori della rivista, incorporato nell’azienda e al contempo trasformatosi in essa, sente l’esigenza di costituire una propria sede autonoma di studio, di organizzazione e di ricerca. Si trattava in un certo senso di difendere l’identità degli intellettuali rispetto al peso della proprietà. Nel frattempo il gruppo dei redattori della rivista si era ampliato. Nel 1953 erano entrati a farne parte Gino Giugni, che proveniva da Genova ed Ezio Raimondi, bolognese; nel 1954 Francesco Compagna, napoletano e Antonio Santucci, anch’egli bolognese. Più tardi sarebbe entrato a farne parte Giorgio Galli, milanese. Sin dalla sua fondazione dunque il gruppo di giovani intellettuali, pur radicato a Bologna, si dimostra in grado di attrarre personalità ed energie provenienti da altre città, e con specializzazioni disciplinari diversificate.

L’esigenza di una sede di studio e di ricerca distinta sia dalla rivista che dalla casa editrice si traduce nella costituzione, il 4 settembre 1956, dell’Associazione di studi e ricerche Carlo Cattaneo che ha come scopo la promozione di convegni e ricerche e la pubblicazione di libri e riviste. Ne sono promotori Cavazza, Contessi, Matteucci, Pedrazzi, e Santucci. Segretario viene nominato Cavazza. Nasce così quello che poi diverrà Istituto Cattaneo e in seguito Fondazione, con una sua autonomia funzionale e organizzativa e con una struttura non giuridicamente ma, di fatto, distinta da quella dei fondatori. Per iniziativa degli stessi promotori, e nello stesso giorno, viene inoltre costituito il Comitato di studio dei problemi dell’Università italiana. La costituzione del comitato sui problemi dell’Università definisce immediatamente uno degli ambiti di ricerca del futuro istituto. Con questa scelta si definiscono altresì in modo più puntuale le mete e gli interessi culturali di questo gruppo di fondatori.

L’intitolazione dell’associazione viene motivata, oltre che come doveroso omaggio a uno dei protagonisti del Risorgimento e dunque dell’Unità nazionale, come riconoscimento del rilievo dell’approccio empirico evidenziato da Cattaneo nelle sue ricerche storiche ed economiche in quanto criterio metodologico cui ispirare l’attività dell’Associazione. Dunque emergono già in quegli anni, nel 1956, due filoni di ispirazione del Cattaneo: da un lato quello laico-riformista, dall’altro l’orientamento empirico alla ricerca.

Qui se vogliamo si registra ancora un altro paradosso, oltre quello già segnalato relativo al fatto che i giovani fondatori e i primi aderenti, di formazione giuridica (come ad esempio Mancini, Giugni e Cavazza), storico-filosofica (come Matteucci, Pedrazzi e Santucci), letteraria (come Contessi e Raimondi) non erano strictu sensu scienziati sociali, eppure crearono un istituto importante nel campo delle scienze sociali. Perché questo gruppo di intellettuali, da lì a poco, incontrerà la sociologia e questo incontro è promosso da persone la cui formazione è sostanzialmente crociana, una filosofia che fu crogiolo, come sappiamo, del sospetto antisociologico (la sociologia definita da Benedetto Croce come «inferma scienza») e il cui idealismo certamente avrebbe guardato con sospetto l’orientamento empirico alla ricerca.

Non dimentichiamo inoltre che queste vicende si svolgono in una temperie storico-culturale, quella degli anni cinquanta, caratterizzata dalla guerra fredda, e in Italia da un sistema politico bloccato. Va ricordato a questo proposito che l’anno in cui si costituisce l’associazione Cattaneo è quel 1956 dell’invasione dell’Ungheria da parte dei carri armati dell’Armata Rossa. In Italia la contrapposizione tra democristiani e comunisti e l’idea di una via diversa, politicamente e culturalmente, distingueva il gruppo del Cattaneo e del Mulino rispetto ai due opposti schieramenti, ma soprattutto, nella Bologna la cui scena politico-culturale era dominata dai comunisti li distingueva da questi ultimi. Ovviamente però questo gruppo, proprio perché gli altri due orientamenti, anche a Bologna erano così radicati, veniva ad essere considerato come residuale; inevitabilmente veniva ad essere definito in negativo, come qualcosa che non era né l’uno né l’altro. Gli spazi per l’affermazione di una via politicamente e culturalmente diversa erano veramente esigui.

3. La scoperta dell’America e l’incontro con la sociologia 

E’ su questo sfondo che va ricostruita questa avventura culturale, soprattutto nei rapporti con le fondazioni americane. Usando una espressione cara a Cavazza, i soci del Cattaneo e i redattori del Mulino iniziano a «viaggiare in cultura». Cavazza era una grande viaggiatore in cultura2. Nel Mulino un ruolo rilevante viene giocato insieme a Cavazza da Federico Mancini; è in quella fase che si stabiliscono contatti e rapporti con i kennediani nascenti, e si ottengono contributi e finanziamenti per le ricerche del Cattaneo dalla Fondazione Ford. In questo loro viaggiare incontrano la sociologia e le scienze sociali.

Tale incontro è testimoniato in modo evidente se si guarda ai volumi pubblicati dalla casa editrice in quegli anni. Il primo esempio è del 1955, anno in cui viene pubblicato, insieme a «Democrazia e cultura» di Kelsen, il primo volume della «Collezione di testi e studi»: si tratta significativamente di un testo di Rumney e Majer dal titolo «Sociologia». Nell’ampia introduzione di Santucci emerge un’acuta consapevolezza non soltanto dello stato della discussione sulla sociologia in Italia, delle critiche dell’idealismo e dei limiti del positivismo, ma soprattutto del significato che l’avvio di una serie di pubblicazioni centrate sulle scienze sociali avrebbe potuto avere nel panorama delle nascenti scienze sociali nel nostro paese. Nel 1956 esce poi una raccolta di saggi di Talcott Parsons sotto il titolo «Società e dittatura», e il volume «La folla solitaria» di Riesman. Nel 1957 viene pubblicato di Mannheim «Ideologia e utopia», e Sartori pubblica «Democrazia e definizioni»; nel 1958 viene pubblicato Simon «Il comportamento amministrativo»; nel 1959 Pareto «Forma ed equilibrio sociale» e Merton «Teoria e struttura sociale»; nel 1960 inizia la collezione di storia americana con il primo volume di Schlesinger su «L’età di Roosevelt», e viene pubblicata l’»antologia di scienze sociali» a cura di Pagani; nel 1960 viene pubblicato il saggio di Altiero Spinelli «L’Europa non cade dal cielo». Nel 1961 viene pubblicato Banfield, «Una comunità del Mezzogiorno», nel 1962 Parsons, «La struttura dell’azione sociale».

Si trattava in gran parte di volumi che erano traduzioni dall’inglese, quindi libri costosi da produrre. Come era possibile farlo per un piccolo editore? Secondo quanto racconta Pedrazzi3, Cavazza scoprì che esisteva un fondo derivante da un accordo tra il governo italiano e quello americano, sul quale si potevano ottenere finanziamenti per traduzioni e pubblicazioni di libri inseriti in collane educative. Fu tramite questo strumento di finanziamento che i testi di alcune delle principali opere nel campo delle scienze sociali vennero introdotte in Italia.

Nel contempo l’Associazione Cattaneo, nella quale un ruolo fondamentale di animazione e promozione, e di equilibrio tra le differenti posizioni culturali e politiche viene giocato da Luigi Pedrazzi, avvia le sue prime pionieristiche ricerche. La prima è l’indagine sulla situazione sociale in quattro comuni del Polesine; ne sono animatori un letterato (Contessi, nativo del luogo) e uno statistico, Mazzaferro, dirigente dell’ufficio statistiche dell’Ente Delta Padano. Si svolgono le ricerche sull’università italiana, sul pregiudizio etnico in Italia, sul sistema scolastico italiano, sulla sicurezza sociale e sulla ricerca scientifica in Italia. Come appare evidente sono ricerche nelle quali l’indagine empirica si accompagna all’afflato riformistico; esse inoltre pongono le basi di alcuni dei futuri assi portanti del Cattaneo: l’attenzione all’analisi territoriale e ai problemi della scuola e dell’Università.

In particolare la storia del Cattaneo come istituto di ricerca ha inizio nel 1956 con la costituzione del Comitato di Studi sulla riforma dell’Università. A lavorare al Comitato di Studi sulla riforma dell’Università viene chiamata Laura Balbo. Insieme a lei conduce quella ricerca Umberto Paniccia. E’ altresì evidente, se andiamo a leggere i nomi di chi dirigeva queste ricerche (Mazzaferro, Cavazza, Contessi, Amirante, Matteucci, Pedrazzi, Rescigno, Santucci), che ad eccezione di Laura Balbo si tratta di gente che non ha intrapreso la carriera accademica del sociologo o dello scienziato sociale.

L’interesse per l’analisi sociologica viene praticato da un gruppo di studiosi dei quali nessuno è, e nessuno sarà in futuro, sociologo. Certo va rilevato che questo era inevitabile perché allora in Italia la sociologia ancora non esisteva a livello accademico. Ma tuttavia è degno di rilievo il fatto che l’interesse culturale per la sociologia promosso da alcuni di questi fondatori e condiviso da tutti gli altri, fosse un interesse per così dire «disinteressato» sotto il profilo personale. Si tratta, credo, di un caso, forse non unico, ma certamente molto raro, di totale gratuità culturale, una specie di mecenatismo giovanile senza la risorsa fondamentale del mecenate: la disponibilità economica.

Questi giovani imprenditori culturali si fanno sponsor di attività di ricerca coinvolgendo pian piano tutti gli studiosi che si affacciano a questo tipo di studi, senza investirvi nella propria carriera accademica. Si tratta di una cosa di grande rilevanza e probabilmente poco usuale; in fondo occorre considerare che si trattava di persone che non si erano ancora affermate sotto il profilo della carriera personale e avrebbero potuto legittimamente sfruttare questa occasione a tal fine. Questo piano di gratuità è comune ma in particolare spicca sugli altri Pedrazzi, come si vedrà fra poco. A questo si accompagna anche un atteggiamento universalistico nel reclutamento dei propri ricercatori da parte del Cattaneo, che ha spesso preferito giovani promettenti e non ancora affermati a studiosi più noti, ma ritenuti meno adatti alle attività di ricerca.

4. La guerra di indipendenza e la conquista dell’autonomia. Nasce l’Istituto Cattaneo

Una svolta determinante ai fini della promozione delle scienze sociali si verifica nel 1961, con la pubblicazione del «Bollettino delle ricerche sociali». Uscito solo in quell’anno, in sei fascicoli con cadenza bimestrale, il bollettino ha un comitato di direzione composto da Achille Ardigò, Filippo Barbano, Piero Bontadini, Renzo Canestrari, Fabio Luca Cavazza e Franco Maria Malfatti. Redattore responsabile ed animatore dell’iniziativa è Giovanni Evangelisti. Evangelisti era da poco arrivato al Mulino; si era laureato in Scienze Politiche all’Istituto Cesare Alfieri di Firenze, e il suo ingresso nel gruppo sarebbe stato foriero di considerevoli sviluppi. La sua attenzione e la sua sensibilità per le scienze sociali avrebbero contribuito in maniera determinante a rafforzare l’orientamento del gruppo e della casa editrice in questa direzione e avrebbero avuto effetti non secondari nella crescita delle scienze sociali in Italia. Del resto, già nella presentazione al primo numero del Bollettino si dichiarava programmaticamente come esso fosse pensato come «strumento di lavoro per gli studiosi di scienze sociali, per i ricercatori, per gli operatori sociali, per chi ha responsabilità politiche e amministrative». E si proseguiva enunciando gli scopi dell’iniziativa: «documentare lo stato della ricerca sociale in Italia… seguire lo sviluppo dell’insegnamento delle scienze sociali nelle Scuole di Servizio Sociale, nelle Facoltà universitarie… offrire una bibliografia… della produzione italiana nel campo delle scienze sociali… discutere i problemi connessi allo sviluppo della ricerca sociale… presentare e vagliare gli orientamenti che ispirano gli interventi pubblici sulla base di sistematici accertamenti della realtà sociale del paese». Dunque un programma rivolto da un lato alla promozione e allo sviluppo delle scienze sociali e dall’altro caratterizzato da un’attenzione all’uso dei metodi e dei risultati delle scienze sociali nelle politiche pubbliche.

Tuttavia lo svolgersi di queste attività, la crescita della casa editrice e dell’Associazione Cattaneo non avvenivano in un contesto privo di tensioni e di contrasti; si trattava anche di conflitti interni, ma per la storia dei futuri destini del sistema in quel momento erano più importanti i conflitti esterni e in particolare i contrasti con la proprietà, cioè con la Poligrafici il Resto del Carlino, che vertevano su scelte di politica culturale e di indirizzo. La proprietà, nell’assumere quelle iniziative (la rivista il Mulino, la casa editrice) aveva ritenuto, o forse si era illusa, di poter costituire con questi giovani una fucina di anticomunisti di destra. Col tempo, e sempre più, scopre invece che si tratta, se proprio li si voleva definire in negativo rispetto alla cultura dominante a Bologna, di a-comunisti di sinistra.

I contrasti diventano sempre più acuti. Il gruppo del Mulino si schiera con le scelte del centro-sinistra e questo non gli viene perdonato ma la pietra dello scandalo è, come spesso succede nelle grandi vicende della storia, un episodio del tutto occasionale, una sorta di scandalo culturale provocato da Nino Andreatta, (da poco entrato a far parte del gruppo del Mulino) che, nel corso del 1964, in occasione di un convegno organizzato dalla Johns Hopkins University a Bologna sulla crescita economica dell’Italia, interviene criticando duramente le posizioni dell’Associane industriali di Bologna, il cui presidente, Barbieri, era, come si ricorderà, proprietario del Resto del Carlino, e dunque del Mulino e della casa editrice. L’avvocato Barbieri, non conoscendolo, chiede subito informazioni, e apprende così che Andreatta è socio del Mulino. Si tratta della classica goccia che fa traboccare il vaso. Barbieri nell’ambito del Resto del Carlino era schierato su posizioni più a destra del direttore del quotidiano, che in quegli anni era Spadolini. Quest’ultimo, anche se come direttore non aveva voce in capitolo per ciò che riguardava l’assetto proprietario, esprimeva una linea più morbida con riferimento agli schieramenti politici, e in particolare sulla delicata questione dell’esperimento di centro-sinistra in quegli anni avviato. Questa sua posizione sarebbe stata di rilievo quando, immediatamente dopo l’episodio avvenuto alla Hopkins, Barbieri decide di chiudere il Mulino e la casa editrice. A quel punto, Pedrazzi suggerisce di acquistare la proprietà, e grazie anche all’intervento di alcuni mediatori, fra i quali lo stesso Spadolini, l’iniziativa editoriale viene venduta ai redattori della rivista, lasciando così loro la possibilità di proseguire.

L’operazione sarebbe stata semplice se il gruppo dei redattori del Mulino avesse avuto i soldi per comprare l’azienda; ma non li aveva. Un contributo alla soluzione venne da Pedrazzi, cui era da poco morto lo zio che amministrava i beni di famiglia. Pedrazzi ottenne dalle sorelle il consenso ad utilizzare anche la loro parte di beni; con il ricavato (circa 70 milioni di allora), e con 20 milioni circa resi disponibili dagli altri soci, si procedette all’acquisizione. Con questi fondi i redattori acquistarono dalla Poligrafici Resto del Carlino la proprietà della testata e quella della casa editrice.

A seguito dell’acquisto della proprietà dell’editrice si verificano una serie di cambiamenti istituzionali. I redattori, che avevano acquistato la proprietà, dietro suggerimento di Gerardo Santini, vi rinunciano e la cedono all’Associazione Carlo Cattaneo che contestualmente si trasforma in Associazione di cultura e politica «il Mulino», senza fini di lucro, con il compito di gestire organicamente tutte le attività del gruppo; quindi gli studi e le ricerche, gli incontri, i dibattiti, i convegni, la gestione della casa editrice e la pubblicazione della rivista Il Mulino. In tal modo l’Associazione il Mulino diventa proprietaria della casa editrice e della rivista. Viene definito un assetto giuridico-istituzionale per la gestione della casa editrice, che si è rivelato di particolare efficacia nel combinare il ruolo dell’azienda con quello culturale dei soci che l’avevano fondata. Mentre l’azienda viene gestita da un consiglio d’amministrazione con la pienezza di poteri tipica di ogni società per azioni, viene creato un consiglio editoriale, nominato dall’assemblea dei soci dell’Associazione il Mulino, al quale sono riconosciuti poteri formali di intervento nella gestione politico-culturale della casa editrice. I programmi editoriali vengono messi a punto sotto il controllo del consiglio editoriale, che operando entro i limiti economici fissati dal consiglio d’amministrazione è un organo fondamentale nella gestione della politica culturale della casa editrice. In tal modo, nell’ambito di una gestione economica condotta con criteri aziendali, veniva salvaguardato istituzionalmente il ruolo delle energie intellettuali che avevano creato il Mulino e ne avevano sostenuto la crescita fino all’acquisizione della proprietà.

Contemporaneamente viene creato l’Istituto di studi e ricerche Carlo Cattaneo che è diretto erede nell’attività di studi e ricerche dell’Associazione Carlo Cattaneo, e agisce come comitato di fatto, quindi senza personalità giuridica, dell’Associazione il Mulino. L’Istituto Cattaneo viene guidato in questa sua prima fase da un consiglio direttivo formato da: Federico Mancini presidente (dal 1966 Nicola Matteucci), Giovanni Evangelisti segretario, Luigi Pedrazzi tesoriere, Antonio Santucci revisore dei conti, Luigi Amirante, Fabio Luca Cavazza, Pier Luigi Contessi, Giorgio Galli, Nicola Matteucci, Alfonso Prandi, Ezio Raimondi e Altiero Spinelli. La segreteria dell’Istituto è costituita da Vittorio Capecchi, Giuseppe Di Federico, Gianfranco Poggi, Giacomo Sani. Le modifiche istituzionali del 1965 definiscono il primo assetto stabile del sistema Mulino che rimarrà tale fino ai cambiamenti degli anni ottanta, che daranno luogo alla situazione attuale.

5. La fondazione della tradizione: le ricerche dell’Istituto Cattaneo 1965-70 

Gli anni dal 1965 al 1970 sono quelli che definiscono la riconoscibilità a la qualificazione a livello nazionale e internazionale dell’Istituto Cattaneo e in particolare nell’ambito delle ricerche di sociologia politica, sui partiti, sul comportamento elettorale, e sulla scuola. Decisivo a questo proposito è l’intervento del «Twentieth Century Fund» di New York, che si impegna fortemente sul piano finanziario a favore del Cattaneo sostenendo le ricerche sulla partecipazione politica, in particolare sul comportamento elettorale, sul Pci e sulla Dc. Escono in quegli anni le ricerche che sono costitutive dell’immagine del Cattaneo: «L’attivista di partito» a cura di Francesco Alberoni; «Il comportamento elettorale» a cura di Giorgio Galli; «La presenza sociale del Pci e della Dc» a cura di Agopik Manoukian e «L’organizzazione del Pci e della Dc» a cura di Gianfranco Poggi. Inoltre escono alcuni risultati di ricerche sulla scuola e sull’università: «I laureati in Italia», «Le vestali della classe media» di Marzio Barbagli e Marcello Dei e «Il sistema scolastico italiano» di Anna Laura Fadiga Zanatta.

Vanno ricordati, a proposito di questa edificazione del Cattaneo in quegli anni, alcuni elementi di contesto: in primo luogo sociologia e scienza politica si stanno costituendo come discipline a livello accademico. Il reclutamento nelle università, tuttavia, avviene in quella fase al livello più elevato, quello di professore ordinario; restano esclusi fino agli anni settanta i giovani studiosi; per loro gli sbocchi universitari sono minimi. Questo apre grandi spazi a istituti extra universitari ma in vari modi collegati alle università, dove, a seguito del ruolo promozionale di manager culturali, si realizzano iniziative di eccellenza nella formazione e nella ricerca.

Questo processo è fortemente incentivato dalle fondazioni americane. In quegli anni va segnalata la costituzione del Cospos (Comitato per le scienze politiche e sociali), che avrà anch’esso, sotto l’impulso di Alberto Spreafico, un grande ruolo nella promozione della sociologia e della scienza politica, utilizzando i legami privilegiati con la Ford Foundation e il Social science research council. Il Cospos fra l’altro promuove la costituzione della Scuola di formazione in Sociologia con sede a Milano. La scuola avvia le sue attività nel 1967; è diretta da Alessandro Pizzorno e ha, fra i suoi tutors, Guido Martinotti, Alessandro Cavalli, Marino Livolsi e Laura Balbo che, era stata ricercatrice per lunghi anni presso il Cattaneo, nell’ambito del Comitato di studi sui problemi per l’università italiana.

La Scuola di formazione in Sociologia costituisce il primo esempio di formazione sociologica di giovani studiosi su una base nazionale di reclutamento. Attraverso borse di studio messe a disposizione dal Cnr, dal Formez, dalla Regione Sardegna, si incontrano giovani studiosi da poco laureati, ancora senza una posizione universitaria, provenienti delle differenti aree del paese. In quel primo anno della scuola a Milano (l’anno dell’esplosione del movimento del 1968), insieme a me sono borsisti fra gli altri Arturo Parisi, Marino Regini, Emilio Reyneri. Abbiamo come docenti Norberto Bobbio, Pietro Rossi, Carlo Augusto Viano, Luciano Gallino, Filippo Barbano, Alessandro Pizzorno, Vittorio Capecchi, Samuel Barnes, Joseph la Palombara, solo per citarne alcuni. Negli anni seguenti avrebbe frequentato la scuola Piergiorgio Corbetta, attuale direttore dell’Istituto Cattaneo, e si può affermare che la scuola è stata fucina di formazione di sociologi che successivamente entreranno nei ranghi universitari. Quando nell’autunno del 1968 il Cattaneo cerca un ricercatore, Alessandro Pizzorno e Laura Balbo segnalano ad Evangelisti e Pedrazzi il nome di Arturo Parisi che avevano conosciuto a Milano nell’ambito di quella scuola. Così Parisi arriva al Cattaneo, dove la direzione dell’Istituto era passata da Matteucci ed Evangelisti a Barbagli e Capecchi. Sarà lui negli anni ottanta, assieme a Pedrazzi, l’artefice della trasformazione dell’Istituto in Fondazione.

Al Cattaneo in quegli anni si lavorava sul programma di ricerca sui partiti e sul comportamento elettorale. Le ricerche sul sistema politico raccolgono attorno all’Istituto tutti i più qualificati studiosi di sociologia politica. Ciò è favorito sia dalla vicinanza con Firenze, con l’Istituto Cesare Alfieri e dunque con Giovanni Sartori, sia dalla presenza a Bologna della Spisa, Scuola di perfezionamento in scienze dell’amministrazione. La Spisa nasce dalla facoltà di scienze politiche di Firenze e all’inizio degli anni sessanta sviluppa un orientamento crescente verso la ricerca sociale. La Spisa è anche un altro legame importante con gli Stati Uniti in quanto il programma di formazione prevedeva un anno di studio in Italia e il Master a Berkeley. Nella Spisa transitano o si formano, tra gli altri, studiosi come Vittorio Mortara, Michele Salvati, Giacomo Sani, Stefania Cappello e Anna Oppo. Molti della Spisa lavoreranno con il Cattaneo come ricercatori.

E’ anche in quegli anni che oltre all’immagine, si crea lo stile di lavoro tipico del Cattaneo che risente e beneficia dell’assenza di rapporti diretti con l’università e del contatto diretto con l’attività editoriale della casa editrice. Tale stile è caratterizzato dalla natura professionale e organizzata dell’attività di ricerca. Mentre altri istituti di ricerca para-universitari assumono lo stile dell’università italiana, il Cattaneo assume lo stile dell’istituto di ricerca applicata e riesce a combinare la gratuità della ricerca accademica con la forma della struttura aziendale.

In un certo senso ciò è dovuto alla coesistenza e all’integrazione fra Cattaneo e casa editrice. Infatti, poiché l’attività editoriale è governata da regole riconducibili all’efficienza aziendale e tale era la conduzione del Mulino, soprattutto a partire dagli anni sessanta, questa caratterizzazione aziendale impone all’attività di ricerca degli stili professionali efficienti e fa del Cattaneo una sorta di laboratorio. Non solo laboratorio di idee ma soprattutto laboratorio di ricerca. Questo si traduceva in una grande capacità del Mulino e del Cattaneo di polarizzare i temi del dibattito, di intercettare e interagire con i centri esterni e con gli intellettuali non facenti parte dell’associazione, coinvolgendoli nelle proprie iniziative culturali.

6. Crono divorato dai figli: la crisi degli anni settanta 

Gli anni settanta dunque sembrano caratterizzarsi come l’apogeo dello sviluppo dell’Istituto Cattaneo ma segnano invece l’inizio di un periodo di crisi. In quegli anni la casa editrice, grazie soprattutto all’iniziativa di Giovanni Evangelisti e alle sue capacità di imprenditore culturale, continua a svilupparsi in forme impetuose. Per rendersene conto bastano soltanto alcuni dati:

– nel 1965, anno in cui inizia le sue pubblicazioni la «Rassegna italiana di sociologia», le riviste edite dal Mulino sono due: «Rassegna» e» il Mulino»;

– nel 1970, anno in cui inizia le sue pubblicazioni «Quality and Quantity» diretta da Vittorio Capecchi, sono diventate sette;

– nel 1975 sono diventate undici e dal 1971 ha iniziato le pubblicazioni la «Rivista italiana di scienza politica»;

– la pubblicazione annuale di volumi, che era di diciannove nel 1965, sale a 88 dieci anni dopo. Le collane, sette nel 1965, ammontano ad oltre venticinque nel 1975. Lo sviluppo della casa editrice è accompagnato da una trasformazione nella forma societaria. Nel 1974 infatti Il Mulino diventa, da società a responsabilità limitata, società per azioni. Il capitale sociale viene aumentato a 100 milioni; Romano Prodi sostituisce Luigi Pedrazzi nella carica di presidente della casa editrice ed entra nel consiglio d’amministrazione Enrico Filippi. Prodi e Filippi, esperti di economia ed economia aziendale, saranno fra i principali artefici dello sviluppo, sotto il profilo aziendale, della casa editrice.

Per il Cattaneo, viceversa, gli anni dal 1970 al 1976 sono anni di crisi. Gli elementi di forza del quinquennio precedente, e cioè la stretta interazione con la casa editrice e il rapporto mediato e indiretto con l’università, diventano punti di debolezza. Non si fanno ricerche. Nei primi cinque o sei anni di quel decennio non esce alcun volume pubblicato come esito di ricerche del Cattaneo (ad eccezione di quello di Anna Laura Fadiga Zanatta prima menzionato, che però era il risultato di ricerche precedenti). Ciò avviene per motivi sia interni che esterni.

Lo sviluppo della casa editrice, molto più forte di quello delle altre istituzioni interne, squilibra tutto il sistema, spostandone il baricentro da un delicato equilibrio fra le attività di ricerca del Cattaneo, attività di intervento culturale dell’associazione, rivista il Mulino e attività editoriale, ad una assoluta prevalenza di quest’ultima. Come una sorta di rovesciamento di un noto tema della mitologia classica, i figli, anzi, un’unica figlia, cominciano a divorare Crono. Per meglio dire si invertono i rapporti generativi. L’editrice, figlia della rivista e dell’Associazione Cattaneo (poi Istituto Cattaneo), diventa madre di entrambi.

Le ragioni della crisi del Cattaneo però sono anche esterne. Negli anni settanta le porte dell’università si aprono ai sociologi; crescono i posti banditi per concorso per tutte le fasce e un gran numero di giovani ricercatori trovano posto come assegnisti e contrattisti nelle università. Ma in particolare per la sociologia, sono quelli gli anni sì dell’istituzionalizzazione ma anche della sua contemporanea messa in discussione. Sono gli anni del gruppo dei giovani sociologi e del dibattito sul «come si fa ricerca» a partire dal libro di Gilli che mette in discussione le stesse basi teoriche, metodologiche e concettuali di una disciplina che tentava faticosamente di legittimarsi a livello accademico, scientifico e culturale. Questi anni di espansione della disciplina a livello accademico sono anche anni di debole legittimazione e in generale di grande disordine universitario; è superfluo ricordare come gli anni settanta siano anni di grande disordine istituzionale nell’università e nella società italiana.

Il Cattaneo, che era un tradizionale luogo di attrazione per i giovani studiosi che volevano fare ricerca e non trovavano sbocchi nell’università, vede venire meno queste due condizioni: la ricerca empirica viene fortemente messa in discussione e al contempo l’università comincia a reclutare sociologi e scienziati politici. Non è solo il Cattaneo per la verità a soffrire di questa situazione; l’Istituto superiore di Sociologia di Milano fondato dal Cospos e sede della Scuola di Formazione di Sociologia, registra un deperimento delle attività. Un’altra delle iniziative del Cospos, nata su diretta sollecitazione di Alberto Spreafico in collaborazione con il Formez e il Cnr e lanciata a Napoli nel 1969, cioè il gruppo di lavoro sui problemi sociali dello sviluppo, fallisce nel breve volgere di due anni e viene trasferito a Catania dove si costituisce l’Isvi; esperienza breve, ma intensa, che durerà meno di dieci anni. Ma per il Cattaneo a questi motivi si aggiungevano quelli interni.

Racconta Arturo Parisi, in un’intervista che mi ha rilasciato, che vi era stata sostanzialmente una emarginazione, quasi «un’espulsione del Cattaneo dal sistema Mulino. Il Cattaneo era finito in cantina nel senso fisico e letterale del termine. Per un lungo periodo si era trasformato nella biblioteca, ora diventata emeroteca del Mulino. Rischiava di diventare la biblioteca più alcune iniziative ospitate nella biblioteca. Poteva finire per essere la memoria di se stesso».

7. La rifondazione dell’Istituto: 1976-1985 

Nel 1976 Parisi diventa presidente del Cattaneo e lo è fino al 1978, quindi assume la presidenza Pedrazzi e Parisi diventa direttore. E’ in questa fase che viene progettato il rilancio dell’Istituto, che viene impostato lungo quattro direttrici. In primo luogo l’eliminazione della biblioteca. In secondo luogo l’attenzione sull’Italia contemporanea, in particolare sulle vicende del sistema politico. In terzo luogo l’esclusione degli studi che non avessero carattere empirico di ricerca. Infine il rifiuto dell’eclettismo.

L’eliminazione della biblioteca è, come ben si può intendere, una misura impopolare in un ambiente di intellettuali che considerano i libri come risorse. Ma secondo Parisi non aveva senso avere una biblioteca propria per un istituto che interagiva con un editore. Inoltre la biblioteca comportava costi di gestione: personale, acquisto libri, mantenimento della struttura, costi che non potevano essere sostenuti dal Cattaneo e che dovevano essere sostenuti dall’editore inficiando così l’autonomia dell’Istituto. I libri di proprietà del Mulino vennero venduti; le riviste, poiché il Mulino non ce la faceva a gestirle, furono trasportate in un canti-nato. L’emeroteca sarebbe rivissuta dieci anni dopo, nel 1988, con la costituzione della Biblioteca del Mulino, una società di servizi con il compito di gestire l’emeroteca e di promuovere delle iniziative culturali. Oggi l’emeroteca è la seconda per dimensioni a Bologna, con oltre 2500 periodici, di cui oltre la metà in corso.

L’attenzione sull’Italia contemporanea e in particolare sul sistema politico e sui suoi cambiamenti, trova terreno fertile negli anni settanta. Sono quelli gli anni in cui la stabilità del sistema viene ad essere turbata da un lato dai primi referendum, dall’altro dal fenomeno del terrorismo. D’altra parte si tratta anche del periodo in cui viene data attuazione al dettato costituzionale sull’istituzione delle regioni a statuto ordinario. Ma i temi sui quali si sceglie di concentrare l’attenzione sono in una prima fase solo quelli politico-elettorali: i partiti e il comportamento elettorale. Ciò è coerente con la tradizione di studi degli anni sessanta, e allo stesso tempo è un modo forte di garantire l’identità dell’Istituto. Questa preoccupazione fu anche alla base della ristretta delimitazione disciplinare all’inizio della fase di rilancio. Nelle parole di Parisi, «ci fu un periodo in cui, per riportare gli studi dentro il Cattaneo occorreva assicurargli uno sviluppo tale da non ridurlo ad un contenitore formale di attività private dei professori universitari. Ritenni che il problema fosse quello dell’identità e resistetti al rischio dell’eclettismo perché non ci avrebbe consentito, in un istituto così piccolo, di assicurarne l’identità. Da qui il rifiuto delle ricerche non aventi taglio empirico oppure afferenti ad altre discipline. Il Cattaneo non è mai stato luogo di elaborazione di teorie generali. Gli studi sono sempre stati conseguenze delle ricerche empiriche». Nelle attività di ricerca si forma un gruppo costituito fra gli altri da Marzio Barbagli, Piergiorgio Corbetta, Gianfranco Pasquino, che sarà fondamentale nel rilancio dell’Istituto.

Questa linea di rigidità, necessaria nella seconda metà degli anni settanta per riacquistare identità, si attenua a partire dagli anni ottanta quando si amplia la gamma della tematiche trattate. Dapprima con la ricerca di Putnam e dei suoi collaboratori sulle regioni italiane, un lungo filone che prende avvio con le ricerche del Cattaneo e poi darà vita al noto e controverso testo di Putnam sulla «civicness». Poi, nel 1984, prende le mosse il programma di studi e ricerche sul terrorismo e la violenza politica in Italia alla cui direzione vengo chiamato da Arturo Parisi con cui avevo condiviso il primo anno della Scuola di formazione in Sociologia di Milano. Si tratta di un ampliamento di tematiche che rimane nell’ambito della sociologia politica, ma pur sempre rilevante se si pensa che il campo di interesse dell’Istituto comincia a includere, oltre la fisiologia, anche i fenomeni per così dire patologici del sistema politico, come per l’appunto il terrorismo. A ciò va aggiunto il fondamentale impulso che proviene da Marzio Barbagli, con le sue ricerche sulla famiglia e successivamente sulla criminalità e sull’immigrazione, che avrebbero trovato ampio spazio nell’Istituto negli anni novanta, ampliandone gli ambiti di ricerca. 

8. La costituzione della Fondazione e il riequilibrio del sistema: 1986-90 

Il rilancio del Cattaneo come istituto di ricerca poneva in rilievo i rischi connessi ad ogni processo di istituzionalizzazione dell’innovazione. Tali rischi si possono descrivere in termini di trasposizione delle mete. Va segnalato a questo proposito come, ancora a metà degli anni ottanta, l’Istituto Cattaneo fosse, sotto il profilo della personalità giuridica, del tutto inesistente, trattandosi semplicemente di un comitato di studio dell’Associazione il Mulino. Nel frattempo la casa editrice aveva continuato a svilupparsi, e questa crescita rischiava di schiacciare sotto il suo peso le altre istituzioni del sistema, ancora la rivista, il Cattaneo e l’associazione il Mulino. Soprattutto quest’ultima rischiava di trasformarsi in un’associazione di amici della casa editrice, e di perdere quindi il suo originario ruolo ispiratore, cioè quello di un gruppo di intellettuali che faceva e promuoveva cultura. Perché lo definisco un classico esempio di trasposizione delle mete? Perché accadeva che gli intellettuali che avevano creato la rivista e la casa editrice come strumenti per l’elaborazione e la proposizione di una linea politico-culturale correvano il rischio di trovarsi risucchiati nelle logiche dell’editore; si correva in tal modo il rischio di una riduzione dell’intera iniziativa alle logiche di un’azienda editoriale, sia pure un’azienda culturalmente lungimirante. La casa editrice, originariamente strumento per la realizzazione di fini politico-culturali, con la sua preponderanza diventava fine in sé stessa, e questo avrebbe inevitabilmente indebolito l’Associazione, rendendola incapace di esercitare quel ruolo di mediazione culturale che ha sempre avuto e che storicamente le ha consentito di attrarre e di cooptare intellettuali nell’ambito del sistema e dunque di ampliare la schiera di esponenti stabili della sua gestione. Il rischio di questa involuzione viene percepito dal nucleo dirigente dell’Associazione, e Parisi e Pedrazzi inseriscono questa preoccupazione nel disegno di trasformazione dell’Istituto Cattaneo in fondazione. Va ricordato a questo proposito che l’Associazione il Mulino ha sempre funzionato, sotto il profilo istituzionale, anche come stanza di compensazione fra le esigenze delle istituzioni che fanno parte del sistema. In particolare il suo consiglio direttivo ha avuto ed ha una composizione tale per cui viene garantita la presenza al suo interno dei responsabili delle istituzioni (casa editrice, rivista, Istituto Cattaneo, e più di recente biblioteca). Nel 1983 Parisi diventa vicepresidente dell’associazione, con Raimondi presidente ed Evangelisti tesoriere. E’ da lì che si avvia un’operazione di riequilibrio, che consiste nella trasformazione dell’Istituto in fondazione. La fondazione viene costituita nel 1984, con un patrimonio iniziale di 50 milioni di cui viene dotata dall’Associazione il Mulino, e viene riconosciuta nel 1986.

Nel disegnare il progetto di fondazione si volle realizzare lo scopo di dotare di autonomia l’Istituto Cattaneo, pur sempre mantenendolo all’interno del sistema Mulino. Ciò si riflette in vari modi nella fondazione, persino sotto un profilo simbolico: il logo del Cattaneo è un mulino visto da una prospettiva diversa rispetto a quello della casa editrice, o per meglio dire è la sua macina, cioè il motore di ricerca. E ciò a sua volta richiama la genesi del nome della rivista e della casa editrice, che, come ricorda Pedrazzi (nel testo su Fabio Luca Cavazza già citato), nacque «dal comune amore per Bacchelli e dall’idea che c’erano grani che si sarebbero dovuti macinare con il tempo, lentamente, per fare una farina buona»4. Sotto un profilo formale il mantenimento della fondazione dentro il sistema si riflette nello statuto; la fondazione è governata da un consiglio direttivo costituito da quattro persone nominate dall’Associazione il Mulino, una nominata dal Ministro per la ricerca scientifica più altre designate da privati o da enti pubblici che abbiano deciso di partecipare alla fondazione o di aderirvi. Il consiglio direttivo nomina il comitato esecutivo, che amministra il patrimonio, elegge al suo interno il presidente, nomina il direttore dell’Istituto e approva i piani di attività.

Il controllo dell’Associazione potrebbe porre in dubbio l’effettiva autonomia della Fondazione. Però vi sono nell’ambito del sistema delle compensazioni.

La prima è data dalla natura pluralistica nella composizione dell’Associazione il Mulino. Al suo interno sono presenti non soltanto un’estrema varietà di specializzazioni disciplinari, ma anche una gamma forse maggiore di differenti orientamenti politico-culturali. In un certo senso l’equilibrio è garantito dal fatto che si è realizzato, attraverso decenni di dibattito, una sorta di inconsapevole realizzazione dell’affermazione di Carlo Cattaneo secondo la quale «la libertà è una pianta di molte radici». Queste radici coesistono e convivono, non senza aspre e talvolta feroci polemiche, che tuttavia non intaccano un fertile terreno di dialogo nell’associazione, anzi ne rafforzano l’identità e la stabilità. Questo pluralismo è presente anche nel Cattaneo, e ne costituisce insieme la forza ed è fondamento della sua autonomia rispetto all’Associazione che è stata madre della Fondazione Cattaneo.

Con la costituzione della Fondazione Cattaneo si realizza un duplice obiettivo di stabilizzazione istituzionale. A livello dell’intero sistema, con la creazione di un’istituzione forte e dotata di personalità giuridica, l’Associazione il Mulino beneficia di un rafforzamento della sua immagine. Ciò che prima era un suo braccio esecutivo, una sua emanazione, acquistando autonomia rinvigorisce anche l’immagine della casa editrice nella sua specificità di iniziativa culturale promossa da intellettuali e guidata da un’ispirazione culturale preminente su pure logiche aziendalistiche. L’Associazione, diventando più complessa e articolata, con la presenza al suo interno di più soggetti aventi personalità giuridica, vede inoltre crescere il proprio spazio di iniziativa e il proprio spessore di soggetto che promuove cultura. Non a caso proprio in quegli anni prendono avvio le Letture annuali del Mulino. La prima viene tenuta da Norbert Elias nel 1985.

Infine a livello di sistema istituzionale il processo di differenziazione registra due ulteriori tappe: la prima nel 1988, con la costituzione, come società avente personalità giuridica, della Biblioteca del Mulino, e l’ultima nel 1998, con la trasformazione dell’Associazione in ente senza scopi di lucro (Onlus).

9. La Fondazione e l’ampliamento degli ambiti di ricerca. L’addio dei padri fondatori

La costituzione in fondazione del Cattaneo ha determinato un rafforzamento dell’Istituto, la promozione di iniziative stabili e l’ampliamento delle tematiche di ricerca. Lo sviluppo nella prima direzione era immediato; nel febbraio 1987 veniva pubblicato il primo volume di «Politica in Italia/Italian Politics», un annuario sui fatti dell’anno in politica, nella società e nelle istituzioni italiane, che nella sua duplice edizione, italiana e inglese, è stato da allora pubblicato ininterrottamente. Nell’aprile 1987 l’Istituto si dotava di una rivista con periodicità quadrimestrale, «Polis», diretta da Marzio Barbagli, Arturo Parisi e Gianfranco Pasquino.

L’ampliamento delle tematiche di ricerca segue invece un percorso più complesso e tormentato, ed è il risultato di lunghe discussioni nelle quali il gruppo dirigente si trova spesso su posizioni divergenti. Con Pedrazzi presidente della fondazione e Parisi direttore, artefici dell’espansione dell’Istituto sono soprattutto Marzio Barbagli e Piergiorgio Corbetta, insieme a Gianfranco Pasquino e Roberto Cartocci. Ma come in tutte le iniziative di successo che partono, come era stato per il Cattaneo nella fase di rilancio del decennio precedente, da una ristretta delimitazione dei campi di ricerca, l’abito cucito addosso all’istituzione comincia a sembrare sempre più stretto. Ciò in particolare è vero a seguito dell’impulso di Marzio Barba-gli, che sviluppa temi di ricerca non orientati alla politica. I prodromi del dibattito che si apre all’interno dell’Istituto si manifestano già nel sottotitolo della rivista «Polis», che recita: «ricerche e studi su società e politica in Italia», dove la società precede la politica, a testimonianza di una scelta che determinerà negli anni un progressivo ampliamento dei temi di ricerca del Cattaneo.

Negli anni novanta queste tematiche, pur non tralasciando i due filoni tradizionali del Cattaneo, sistema scolastico e sistema politico, si sono ulteriormente ampliate. Sono state condotte ricerche sulla cultura, sui mass media, sull’emarginazione sociale, sui giovani, sulla famiglia, sull’immigrazione, sulla criminalità, sul rendimento scolastico, sul funzionamento delle istituzioni del governo locale, sui processi di decentramento amministrativo. La gamma di ricerche che oggi vengono condotte è molto ampia, e a differenza degli anni settanta, quando l’Istituto venne rilanciato, non comporta rischi di crisi di identità.

Un’ultima crisi l’Istituto l’ha però attraversata, a metà degli anni novanta, in coincidenza con l’abbandono delle cariche di presidente e direttore da parte di Pedrazzi e Parisi, che avevano scelto l’impegno in politica. Il superamento di quella fase di crisi è però troppo recente per poter essere raccontato in dettaglio in questa sede.


* Questo lavoro va letto come quello di un testimone dall’interno che ha cercato di ricostruire eventi ad alcuni dei quali (i più recenti) ha partecipato di persona. Non essendo uno storico di mestiere, ed essendo poche le fonti sul mio oggetto di indagine, non vi farò riferimento in nota. Elenco qui di seguito alcune delle fonti utilizzate, ed in particolare la documentazione che si trova presso l’Istituto Cattaneo, in parte sintetizzata in un numero di «Cattaneo», dedicato alla storia dell’Istituto dal 1956 al 1987. Esiste ancora una sorta di cronologia ragionata, dal 1951 al 1990, su file, delle istituzioni del sistema Mulino, che ho consultato in una versione cartacea di stampa da computer. Informazioni sulle istituzioni del Mulino si trovano inoltre sulla rivista «il Mulino», che vi dedica un apposito notiziario. Per l’attività della casa editrice ho avuto la possibilità di consultare il catalogo storico annuale, e ringrazio Giovanni Evangelisti per avermene dato la possibilità. Con lui ho avuto anche in più occasioni dei colloqui che mi hanno consentito di focalizzare meglio l’intera vicenda e il ruolo giocato dai suoi protagonisti. Di particolare aiuto inoltre è stato anche Luigi Pedrazzi, non solo per le sue ricostruzioni delle vicende del Mulino, ma anche per avermi evitato parecchi errori. Arturo Parisi infine mi ha concesso un’intervista, che ho registrato su nastro e trascritto, e che può essere aggiunta alle poche fonti esistenti. Un ringraziamento infine a Piergiorgio Corbetta, Luigi Pedrazzi e Giovanni Evangelisti, che hanno letto successive versioni di questo lavoro, aiutandomi ogni volta a migliorarlo. Naturalmente la responsabilità degli errori e delle omissioni resta soltanto mia. 

1 In Istituto italiano per gli studi storici, Fabio Luca Cavazza, Napoli, 1999, p. 17. 

2 Un altro grande viaggiatore in cultura, nel panorama delle scienze sociali italiane, anche se con altre istituzioni     rispetto al Mulino, sarebbe stato Alberto Spreafico, del quale basta ricordare il ruolo nel Comitato italiano per le scienze sociali (Cospos), e nei rapporti tra fondazione Olivetti e fondazioni americane. 

3 In Istituto italiano per gli studi storici, Fabio Luca Cavazza, cit., p.21. 

4 Del resto il riferimento al mulino come metafora non è soltanto letterario. I soldi che Pedrazzi mise a disposizione al momento dell’acquisizione della proprietà venivano dall’eredità della nonna, Stella Pedrazzi, titolare fino agli anni trenta di una delle più grosse aziende bolognesi produttrici di pane, tortellini e prodotti da forno, che si trovava proprio in quello stesso palazzo di via Santo Stefano 6 a Bologna dove per lunghi anni l’associazione, la casa editrice e il Cattaneo avrebbero avuto la loro sede.