L’Italia e la «tenaglia generazionale»: il sorpasso degli anziani sui giovani

di Marco Valbruzzi

L’invecchiamento demografico nel caso italiano non è un fenomeno nuovo, che si registra o concentra soltanto negli ultimi anni. La «questione demografica» – come ha scritto di recente Massimo Livi Bacci – è «un fenomeno strutturale, che compromette l’equilibrato sviluppo, impedisce il necessario ricambio della società e genera impulsi negativi destinati ad aggravarsi in assenza di mutamenti di tendenza». Si tratta, cioè, di un fenomeno di lunga durata, se guardiamo al passato, ma anche a lunga scadenza, se ci proiettiamo oltre il presente e verso il futuro. È, quindi, una «questione» con la quale è necessario (continuare a) fare i conti, cercando di mantenere uno sguardo lungo.

Proprio in questa prospettiva, nelle scorse settimane abbiamo elaborato e diffuso alcuni dati sulla struttura della popolazione italiana (messi a disposizione dell’Istat) in una prospettiva longitudinale di lungo periodo, nel tentativo di osservare i mutamenti nella composizione delle diverse classi di età dal momento della creazione dello Stato italiano fino ad oggi. Il quadro che emerge dalla nostra analisi, riportato nella figura 1, mette in evidenza il carattere strutturale e per nulla episodico del processo di invecchiamento demografico della popolazione italiana o – per dirla in maniera speculare – di «degiovanimento» (quantitativo) dell’Italia.

Al momento dell’unificazione nazionale, la percentuale di ragazzi under-30 nella popolazione superava il 60%; a quasi 160 anni di distanza, quella stessa percentuale si ferma al 28,4%. In pratica, la quota di giovani under-30 nella popolazione si è più che dimezzata nel periodo che abbiamo preso in esame. Questi dati descrivono perfettamente il fenomeno di degiovanimento a cui stiamo assistendo da tempo in Italia. D’altro canto, e cioè in termini di invecchiamento demografico, la percentuale di over-60enni in Italia è sempre stata inferiore al 10% nel corso del XIX secolo, mentre oggi – soprattutto a partire dagli anni 2000 – è sostanzialmente triplicata: nel 2018, la popolazione italiana di età superiore ai 60 anni è pari al 28,7% sul totale.

Fig. 1. Struttura della popolazione italiana dal 1861 al 2018, per classi di età (%)Fonte: Elaborazione Istituto Cattaneo su dati Istat.

Basterebbero questi dati a evidenziare tanto la «profondità» della questione demografica italiana, quanto il suo carattere «strutturale», che si è alimentato e rafforzato col passare del tempo. C’è però un dato ulteriore sul quale abbiamo deciso di porre l’attenzione, e che serve a mettere ulteriormente in evidenza la tendenza – dall’apparenza inarrestabile – all’invecchiamento demografico osservata nel nostro paese. Come mostra la figura 2, nel 2018 si è assistito, per la prima volta dal 1861, al sorpasso degli ultrasessantenni (28,7% della popolazione) sugli under-30 (28,4%). Già nel 2017 le due coorti di età erano sostanzialmente equivalenti (in termini di numerosità), ma il 2018 ha certificato il superamento delle generazioni più anziane su quelle più giovani: la prima categoria comprende oggi 17milioni e 400 mila persone, della seconda fanno parte invece 17milioni e 200mila ragazzi.

Fig. 2. Percentuale di under-30 e over-60 nella popolazione italiana dal 1861 al 2018 (%)Fonte: Elaborazione Istituto Cattaneo su dati Istat.

Il «sorpasso» degli anziani sui giovani non è però un fenomeno omogeneo e distribuito uniformemente su tutto il territorio italiano. Soltanto nelle regioni dell’Italia centrale e settentrionale, in particolar modo al Nord-est, la popolazione con più di sessant’anni ha superato quella degli under-30. Nelle isole e, soprattutto, nelle regioni del Sud l’equilibrio tra le due coorti d’età – come si osserva dalla figura 3 – vede ancora una quota maggioritaria di ragazzi under-30 rispetto a quella degli over-60, anche se il trend dell’invecchiamento demografico osservato nell’Italia meridionale, e rafforzato dal fenomeno di emigrazione (interna ed esterna) dei giovani, lascia facilmente prevedere che il sorpasso dei più anziani in queste zone del paese sia soltanto una questione di tempo, che si verificherà nel giro di qualche anno.

Fig. 3. Percentuale di under-30 e over-60 nella popolazione italiana nel 2018, per zona geografica (%)

Il quadro dell’invecchiamento demografico che abbiamo tratteggiato finora si è limitato a osservare il caso italiano, senza alcun confronto comparato su scala europea. Però, è interessante capire se la tendenza generale emersa in Italia è simile o almeno paragonabile anche ad altri paesi in Europa. A questo scopo, nella figura 4 abbiamo calcolato e confrontato il rapporto tra la quota di popolazione over-60 e quella degli under-30 in Italia e in altri 28 Stati europei nell’anno 2017.

Nel caso italiano, il rapporto tra le due coorti di età (numero di persone con più di 60 anni/numero di persone con meno di 30 anni) è pari a 1 e, quindi, ad un ultrasessantenne corrisponde in Italia un giovane under-30. Come si può notare, l’Italia è l’unico paese tra quelli analizzati in cui si riscontra questa perfetta parità numerica, mentre in tutti gli altri Stati la quota di ragazzi con meno di trent’anni è superiore a quella di chi ha più di 60 anni. Per esempio, nel caso dell’Irlanda il rapporto tra le due coorti di età è dello 0.5, e ciò significa che a ogni ultrasessantenne nella popolazione corrispondono due giovani con un’età inferiore ai 30 anni.

L’Italia e l’Irlanda rappresentano i due casi estremi per quanto riguarda la struttura della popolazione in termini anagrafici. Nel caso italiano, il processo di invecchiamento demografico ha portato (nel 2018) addirittura al sorpasso della generazione degli over-60 sugli under-30, mentre in Irlanda la componente dei giovani con meno di 30 anni è ancora oggi il doppio di quella anziana. Tuttavia, se osserviamo le proiezioni elaborate dall’Eurostat sulla struttura anagrafica delle popolazioni europee nel 2050, si può notare come il processo di degiovanimento osservato in Italia faccia parte di un trend comune che – seppure con ritmi e intensità minori rispetto a quelli italiani – coinvolge anche gli altri Stati in Europa ed è il prodotto della riduzione della natalità e/o della crescita della longevità.

Analizzata da questa prospettiva, l’Italia ha anticipato i mutamenti demografici che si stanno dispiegando anche altrove in Europa, soprattutto per quanto concerne gli equilibri (o squilibri) tra le generazioni. Osservando le proiezioni demografiche per il 2050, in Italia il rapporto tra la popolazione over-60 e quella under-30 è destinato a diventare pari a 1.7, il che significa che esisteranno quasi due ultrasessantenni per ogni giovane trentenne. Un dato simile lo si riscontra anche in Portogallo (1.7), seguito a breve distanza dalla Grecia (1.6), dalla Bulgaria (1.4) e poi dalla Germania (1.3). Tra i 29 paesi analizzati, la maggior parte (20) assisteranno al sorpasso degli over-60 sugli under-30 entro il 2050 e solo in 9 Stati (Paesi Bassi, Svezia, Francia, Belgio, Danimarca, Regno Unito, Norvegia, Lussemburgo e Irlanda) i giovani manterranno il loro primato numerico sugli anziani.

Fig. 4. Rapporto tra popolazione over-60 e under-30 in 29 Stati europei nel 2017 e nel 2050 (proiezione)

In sostanza, l’Italia ha fatto da apripista nel processo di invecchiamento demografico che ha finito per coinvolgere la maggioranza dei paesi europei, anche se con tempistiche e caratteristiche diverse rispetto a quelle osservate nel caso italiano. Al di là di queste differenze tra i singoli paesi, il trend di lungo periodo ravvisabile anche nella struttura anagrafica delle altre popolazioni europee è simile a quello già analizzato per l’Italia e che abbiamo riprodotto, con qualche aggiornamento, nella figura 5.

Si tratta di un andamento che può essere descritto come una «tenaglia generazionale», che prevede la progressiva compressione delle giovani generazioni a vantaggio di quelle più anziane, destinate peraltro a diventare nettamente prevalenti all’interno della popolazione italiana. Infatti, tra il 2050 e il 2060 la percentuale di over-sessantenni dovrebbe arrivare a sfiorare il 40%, mentre quella degli under-30 si assesterà attorno al 26%.

Fig. 5. Percentuale di under-30 e over-60 nella popolazione italiana dal 1861 al 2060 (%)

Fonte: Elaborazione Istituto Cattaneo su dati Istat (fino al 2018) e dati Eurostat per le annate successive.
Nota: * = previsione (baseline projection).

Naturalmente, i dati che abbiamo presentato in questo studio non si limitano a fornire le coordinate essenziali di quella che è stata giustamente definita «questione demografica». D’altronde, una trasformazione strutturale di questo tipo e di questo tenore è destinata inevitabilmente ad avere ripercussioni, più o meno dirette, su tutte le altre sfere della vita sociale, a partire da quelle politiche, culturali ed economiche. Come ha giustamente segnalato Giovanni Belardelli, nel «mondo nuovo caratterizzato dalla crescente prevalenza degli anziani sui giovani» le aspirazioni ideali dei cittadini, i valori prevalenti nella società, le preferenze politiche generali dell’elettorato saranno necessariamente diverse rispetto a quelle osservate in passato.

Per questa ragione, la questione demografica non è un tema che deve (pre)occupare soltanto i demografi, ma deve stare al centro di un’agenda pubblica in grado di coinvolgere anche altri studiosi – sociologi, politologi, economisti, urbanisti ecc. – e di suscitare l’attenzione, e poi l’azione, della classe politica. Finora, sono state soprattutto le conseguenze economiche, in particolare per ciò che riguarda la «tenuta» dello stato sociale o la sua radicale trasformazione, ad attrarre l’interesse di analisti, commentatori o politici. E già oggi sappiamo, come mostra la figura 6, che circa il 60% della spesa sociale italiana è riservata al pagamento delle pensioni di anzianità e reversibilità. Quindi, destinata a una platea di cittadini con età superiore a 62-65 anni, e cioè il 22% della popolazione. Solo la Grecia, tra i paesi che abbiamo preso in considerazione, ha una spesa superiore a quella italiana in questi due settori previdenziali.

 

Fig. 6. Spesa sociale per pensioni d’anzianità e reversibilità (in % sul totale) e percentuale di popolazione over- 65 anni in 16 nazioni europee

Bastano ovviamente già questi dati a far emergere due aspetti sui quali è utile fermare l’attenzione. Il primo è l’enorme squilibrio esistente in Italia nella distribuzione delle risorse del welfare tra le diverse generazioni. Una distorsione che diventa ancora più marcata se nella percentuale di spesa sociale orientata (in prevalenza) verso le persone più anziane si aggiunge quella riservata all’assistenza sanitaria. In tal caso, un quarto della popolazione italiana si trova a beneficiare dei tre quarti della spesa sociale complessiva. Di conseguenza, lo spazio per misure sociali finalizzate al contrasto alla povertà, al sostegno per le famiglie o alla protezione dalla disoccupazione – tutte misure che riguarderebbero in prevalenza le generazioni più giovani – è fortemente limitato.

Il secondo aspetto è che questi trend e, soprattutto, questi squilibri generazionali sono destinati ad aggravarsi nel corso dei prossimi anni, che continueranno peraltro ad essere caratterizzati da bassa/decrescente natalità e alta/crescente longevità. Di fronte a queste tendenze di lungo periodo e senza profondi cambi di rotta ravvisabili all’orizzonte, in particolar modo in quello politico, la situazione demografica tenderà non solo ad aggravarsi, ma soprattutto a riflettersi negativamente sul funzionamento e rendimento del nostro sistema sociale, economico e politico. A quel punto la questione demografica sfocerà in una questione democratica.