Gli italiani e l’Europa (2) – L’insoddisfazione aumenta, ma aumentano anche le preoccupazioni

di Pier Giorgio Ardeni, 8 maggio 2019

Quando si dice il potere e la propaganda! Un anno fa, gli italiani avevano votato in maggioranza per le due formazioni politiche più critiche nei confronti dell’Europa e, ciò nonostante, si erano mostrati più a favore dell’Unione Europea dei loro eletti, come abbiamo visto nella nostra precedente nota sugli italiani e l’Europa commentando i risultati di uno studio del Pew Research Center uscito nel marzo 2019.

Secondo i risultati dell’ultimo sondaggio svolto nel febbraio 2019 nei 27+1 paesi europei dall’Eurobarometro e pubblicati il 25 aprile scorso, siamo noi, ora, ad avere la maggiore quota di cittadini insoddisfatti dell’Europa. Sono, dunque, gli italiani, dopo nove mesi di governo 5 Stelle-Lega, divenuti più euro-scettici? Ebbene, oggi, tra gli europei, gli italiani sono quelli che in misura minore, dopo i cechi, ritengono che la UE sia “una cosa buona” – il 36%, contro una media UE del 61% – e quelli che in misura maggiore ritengono che la UE sia “una cosa negativa” – ben il 21%, contro una media UE del 10%: ed erano il 18% sei mesi prima! Certo, in Italia la quota di quanti affermano che la UE non sia “né buona né cattiva” è altissima (il 41%, secondi solo all’Ungheria, dove è pari al 48%) e anche questa è aumentata di ben 4 punti percentuali negli ultimi sei mesi. E, però, il dato è certamente preoccupante. Che cosa sta succedendo in Italia nei confronti dell’Europa? Solo abbagliata dalla propaganda anti-europea o c’è dell’altro?

Intanto, sembra che gli italiani abbiano la memoria corta. Nei decenni, siamo stati tra i beneficiari netti di fondi europei, eppure oggi solo il 41% ritiene che l’Italia abbia beneficiato, nel complesso, dalla sua appartenenza all’UE (era il 43% sei mesi fa) e il 49% ritiene che non abbia beneficiato (le media dei cittadini UE rispetto al proprio paese sono del 68% e del 23%, rispettivamente). Alla domanda se l’appartenenza alla EU sia “una buona cosa”, solo il 36% degli italiani risponde oggi positivamente (la media UE è del 61%), anche se sei mesi fa era addirittura il 30%.

Se gli italiani esprimono dunque una profonda insoddisfazione per la UE, oppure non ne percepiscono più i benefici o l’utilità, è però vero che di fronte ad un eventuale referendum per restare o uscire dalla UE, solo il 19% risponde che voterebbe “Leave”, meno di cechi, austriaci, francesi, greci e ciprioti. La quota di eventuali voti per il “Remain” è altresì più bassa della media UE (49%, contro una media del 68%), anche se largamente maggioritaria, seconda solo alla Repubblica Ceca (47%) e al Regno Unito (45%) (per inciso, poi, l’Italia è il paese dove più alto è il numero degli indecisi, con il 32%). In sostanza, secondo l’Eurobarometro, siamo entrati nel novero dei più “euroscettici”, quasi quanto gli inglesi e al pari di francesi, greci e cechi.

Cos’è cambiato in questi ultimi mesi nell’umore nei confronti della UE?

Da dove deriva questo peggioramento dell’umore e dell’atteggiamento verso l’UE? L’Italia è tra i paesi che più sta soffrendo la situazione economica e, anche in Europa, l’economia ristagna o traccheggia. E in Italia, come negli altri paesi europei, un giudizio critico sulle prospettive della UE si affianca ad un giudizio critico sul proprio paese: i più critici verso l’’Europa sono, infatti, quelli critici verso di sé. La metà degli europei, in media, ritiene che le cose in Europa stiano andando “nella direzione sbagliata”. Se sono francesi e greci ad essere i più pessimisti (con il 66% di coloro che ritengono che le cose nella UE vanno nella direzione sbagliata), gli italiani di questa opinione sono il 58%, seguiti da cechi e spagnoli (56%). Tuttavia, questo giudizio si affianca generalmente ad un’opinione negativa circa le cose nel proprio paese. In Francia e Grecia, infatti, ben il 77% e 76% dei cittadini, rispettivamente, ritiene che le cose vadano nella direzione sbagliata nel proprio paese; in Spagna questi sono il 68% mentre in Italia i preoccupati sono il 52%.

È un giudizio sull’Europa, quindi, ma anche sul proprio paese a spingere l’euroscetticismo. E il populismo e la protesta contro le élite politiche tradizionali non paiono la risposta a questo state di cose. Alla domanda se “l’ascesa dei partiti che protestano contro le élite politiche tradizionali sia motivo di preoccupazione”, infatti, la maggioranza degli europei (61%) e il 50% degli italiani risponde di essere d’accordo, cui va aggiunto un 13% di indecisi. Solo il 37% degli italiani non è d’accordo che questa ascesa sia motivo di preoccupazione, tanti quanti in Croazia e Ungheria e meno che in Austria. In questo senso, quindi, non pare che il populismo anti-élite sia percepito come una soluzione alla inefficacia della Unione Europea. Gli italiani, come gli europei, vorrebbero che il ruolo del Parlamento Europeo venisse rafforzato, in maggioranza (48% contro una media UE del 54%), non indebolito, e in gran numero essi ritengono che negli ultimi cinque anni esso non sia stato sufficientemente determinato. Gli italiani, come gli europei, vorrebbero che il Parlamento Europeo avesse un ruolo più importante. Un ruolo più attivo, perché votato democraticamente, ma anche perché gli italiani, tra gli europei, sono quelli che meno ritengono che la loro voce sia ascoltata in Europa e dal loro proprio governo.

In questo, gli italiani, più degli europei, vedono le elezioni europee come una cosa lontana, di cui non si parla molto e di cui non parlano molto nemmeno i loro politici. Solo il 18% dei nostri concittadini dichiara di ricordare un richiamo a votare nelle elezioni europee e all’importanza dell’Unione (la media UE è del 27%). Peggiore della nostra, pare, è solo l’opinione dei greci sui loro politici e di come quelli considerano l’Europa.

In conseguenza di tutto ciò, in che misura gli italiani si recheranno alle urne il prossimo 26 maggio? La somma di quelli che dichiarano che probabilmente, molto probabilmente e quasi sicuramente andranno a votare arriva al 66%, contro una media UE del 67% (la partecipazione alle ultime elezioni europee del 2014 fu del 57,2% in Italia e del 42,6% nella media dei paesi UE). Chi andrà a votare? I giovani tra i 18 e i 24 anni furono la classe di età con il minore tasso di partecipazione nelle elezioni del 2014 (44,7% contro il 58,7% della classe 25-39 anni, il 65,5% della classe 40-54 e il 53,3% della classe over 55). La previsione, per l’Italia, conferma l’euroscetticismo evidenziato sopra: solo il 18% dei giovani andrà a votare, contro una media UE del 36%. Il Parlamento Europeo e l’Unione Europea in generale sono percepiti come lontani, inutili. Tra le motivazioni per andare a votare, infatti, per gli italiani non vi sono primariamente ragioni politiche, ma solo il senso del dovere civile e l’essere europei (“lo faccio perché devo”), non altro. Perché, infatti, andare a votare? Alla domanda su “perché avrebbe senso non andare a votare per il Parlamento Europeo”, il 39% degli italiani risponde che il voto non cambia nulla, il 37% non ha fiducia nella classe politica e il 20% ritiene che il Parlamento Europeo non tratti dei problemi che riguardano i cittadini (queste medie sono generalmente più basse per la UE nel suo complesso).

Perché dunque questa disaffezione o disillusione? Perché il Parlamento dovrebbe occuparsi delle questioni percepite come importanti, di cui si dovrebbe parlare in campagna elettorale, e non lo fa. Quali questioni? Di nuovo, sono l’economia e il lavoro, il cambiamento climatico, più dell’immigrazione o la sicurezza i problemi che preoccupano i cittadini. Se tra gli europei i temi prioritari sono quelli dell’economia e della crescita (per il 50%), della disoccupazione giovanile (49%), dell’immigrazione (44%) e del cambiamento climatico, tra gli italiani i tre primi temi sono prioritari per il 62% dei cittadini, mentre il cambiamento climatico lo è solo per il 30% (meno anche della lotta contro il terrorismo, che è prioritario per il 41% dei nostri concittadini, come nella media UE). Per l’Italia, non si può non notare che nonostante il flusso di immigrati in Europa sia notevolmente calato e nonostante i molti problemi cui il paese deve far fronte, mesi di propaganda sulla questione dell’immigrazione hanno evidentemente fatto breccia e questa sia sentita, ancora, come una fonte di preoccupazione.

 

Ma l’immigrazione è davvero un problema? Un inciso

Quanto percezione e realtà siano distanti è già stato documentato dallo stesso Eurobarometro ed è ovvio che sulla percezione dei fenomeni incidono molto i media, con le notizie che diffondono e su come le rappresentano, e la propaganda politica. L’immigrazione è uno di quei casi in cui tutti noi abbiamo una percezione del fenomeno che non può che essere mediata da quanto apprendiamo dalla stampa, dai social network e da radio e televisioni. Più che l’economia, i prezzi o la disoccupazione, che ci toccano tutti molto da vicino, l’immigrazione, per la maggior parte di noi, resta qualcosa di cui “si sente parlare” e che, per lo più, possiamo toccare con mano a seconda dei migranti questuanti che vediamo per strada o da coloro che incontriamo al mercato e vediamo nel vicinato.

I dati diffusi dalle due agenzie ONU che si occupano di migranti – la Organizzazione Mondiale delle Migrazioni (IOM) e l’Alto Commissariato UN per i Rifugiati (UNHCR) – dipingono un quadro che tutto lasciare pensare tranne che di essere in presenza di un flusso di immigrati preoccupante. Nei primi 4 mesi del 2019 (dati al 30 aprile), sono arrivate in Europa 20.274 persone – 14.580 via mare e 5.694 via terra – delle quali 10.892 in Grecia, 8.400 in Spagna e 720 in Italia. Nel 2018 erano arrivate in Europa 141.500 persone, ben 40 mila in meno dell’anno precedente, quando erano state 185.100, del 2016 (373.300) e del 2015 (1.032.400). È chiaro quindi che si tratti di una tendenza generalizzata verso il calo, che ha diverse e complesse ragioni e che solo in misura minima si può imputare alle mutate politiche di accoglienza (ora più restrittive) adottate dall’Europa dopo la “crisi dei rifugiati” del 2015. In Italia, nell’intero 2018, sono entrate 23.400 persone, via mare, per lo più nel secondo periodo dell’anno (gli arrivi erano stati 119.400 nel 2017 e 181.400 nel 2016). La maggioranza degli arrivi in Italia nel 2018 è stata di tunisini, eritrei, iracheni, sudanesi e pakistani. Nei primi quattro mesi del 2018 (secondo gli ultimi dati disponibili), tra l’altro, ben 12.689 stranieri entrati in Italia sono stati mandati in altri paesi europei, lasciandone poco più di 10 mila nei nostri centri di accoglienza. I rifugiati e migranti presenti in Italia (inclusi quindi quelli arrivati negli anni precedenti), calcolati dall’IOM, nel corso del 2018 sono scesi da più di 185 mila a 135 mila. Eppure, a quanto pare, la presenza di immigrati e il loro, anche se calante, flusso in entrata sono rimasti, nella percezione comune, un problema, più che in paesi come la Grecia o la Spagna che ancora vedono flussi consistenti di stranieri in entrata.

 

Il voto di maggio

Il 26 maggio, in Italia come nel resto dei paesi UE, si voterà per il Parlamento Europeo. Secondo molti osservatori e anche secondo molti politici l’elettorato europeo si sta “radicalizzando”, dando una spinta ai partiti e movimenti più critici verso l’Europa. Le preoccupazioni dei cittadini, però, sono effettive e riflettono condizioni di disagio profonde. Mentre populisti e radicali di destra sbandierano la necessità di un ritorno ad una “Europa delle Nazioni” che sola potrà risolvere i problemi dei cittadini, i progressisti chiedono un’adesione convinta all’Europa così com’è, memori di quello che è stata (e forse non è più o non è più percepita come tale) nella promessa che essa tornerà ad essere più vicina ai bisogni della popolazione.

Ma è proprio vero che la sfida delle prossime elezioni sarà tra “populisti-nazionalisti” e convinti europeisti? Lo vedremo nella nostra prossima analisi, in cui guarderemo ai risultati di uno studio dell’European Council of Foreign Relations basato su di un’indagine di YouGov sull’umore dei cittadini europei. Seguiteci su questa pagina web!

 

 

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Gli italiani e l’Europa (1) – Preoccupazione e insoddisfazione, ma non disaffezione