Carlo Cattaneo – 150 anni di un lascito ancora attuale

di Pier Giorgio Ardeni, 5 febbraio 2019

Il 5 febbraio 1869 moriva a Lugano Carlo Cattaneo, pensatore unico nel panorama risorgimentale italiano, la cui eredità ci appare ancor oggi viva e ricca di spunti di riflessione. In fondo, è nelle attività e nelle tracce del pensiero di Cattaneo che possiamo ritrovare l’ispirazione primigenia al lavoro attuale del nostro Istituto, come avevano giustamente intuito Luigi Pedrazzi e i fondatori già nel 1956.

Carlo Cattaneo era nato il 15 giugno 1801 a Milano, figlio di Melchiorre e Maria Antonia Sangiorgio. Appartenente alla media borghesia cittadina, anche se ancor legato alla campagna e alle origini agrarie di fittavoli della Val Brembana, studiò in seminario e poi al liceo municipale, per accedere poi al Collegio Ghislieri di Pavia, ma studiando a Milano, dove ottenne un posto di insegnante al Ginnasio Municipale S. Marta (dove sarà fino al 1835). E fu a Milano, durante il suo curriculum universitario, che divenne discepolo di Gian Domenico Romagnosi – che sarà arrestato nel 1821 per non aver denunciato Silvio Pellico – rimanendovi legato fino alla fine (lo assisterà “filialmente” fino alla morte, nel 1835, scrivendone il testamento da lui dettato e ricevendone i manoscritti inediti). Nel 1824 si laureò in diritto all’università di Pavia; nel 1825 perse il padre, il fratello maggiore rilevò l’attività di oreficeria paterna e Carlo conobbe Anna Woodcock, anglo-irlandese, che diverrà sua moglie nel 1835.

Fu in quegli anni che iniziò la sua molteplice attività di studioso di temi politici, sociali ed economici, ispirandosi nei suoi scritti al proposito di promuovere gradualmente, attraverso il progresso scientifico, l’evoluzione politica dell’Italia. In questo, egli si adoperò assiduamente per realizzare un miglioramento delle condizioni economiche e sociali del Lombardo-Veneto al fine di assicurarne l’autonomia in seno all’Impero Asburgico. Di formazione e di cultura positivista, nutrì un’assoluta fiducia nel progresso tecnico-scientifico come mezzo di elevazione materiale e morale dei popoli. Lasciò numerosi scritti, spesso frammentari. Le opere più note di quegli anni sono Considerazioni sul principio della filosofia (1844), Notizie naturali e civili su la Lombardia (1844) e Dell’insurrezione di Milano nel 1848 e della successiva guerra (1849).

Nel 1835 lasciò l’insegnamento (e si sposò); da quel momento si dedicò unicamente alla sua attività di scrittore, occupandosi di ferrovie, di bonifiche, di dazi, di commerci, di agricoltura, di finanze, di opere pubbliche, di beneficenza, di questioni penitenziarie, di geografia, insinuando tra questi argomenti anche qualcuno di quelli che “hanno viscere”, com’egli diceva, di letteratura ed arte, di linguistica e di storia, di filosofia. Nel 1837, su richiesta del governo britannico, scrisse sulla politica inglese in India e sui sistemi di irrigazione applicabili all’Irlanda. La sua attività di pubblicista, tuttavia, cominciò ben presto a procurargli dei problemi con il governo austriaco di Milano. Egli si trovò così, in breve, a causa della sua idea di conquista graduale di riforme politiche e civili che ridessero al Lombardo-Veneto l’indipendenza, ad essere bersaglio della diffidenza dell’Austria.

In verità Cattaneo, oltre ad aver serratamente criticato il programma di Gioberti, non fu contrario a lasciare l’Austria nel Lombardo-Veneto, a patto che concedesse riforme liberali. L’obbiettivo principale del suo programma – che precisò meglio solo dopo il 1848 – era la fondazione di varie repubbliche da unire in una Federazione. A differenza di Mazzini, Cattaneo non era favorevole ad una Repubblica Italiana unitaria; temeva che l’accentramento avrebbe sacrificato l’autonomia dei Comuni, delle regioni e delle zone più povere, soprattutto il Mezzogiorno. Il raggiungimento di una vera libertà e di una reale indipendenza era possibile, secondo Cattaneo, solo attraverso l’educazione delle masse lavoratrici e l’eliminazione delle grandi ingiustizie sociali, delle troppo marcate differenze tra ricchi e poveri. Al problema politico Cattaneo abbinava cioè anche la questione sociale.

Il dibattito si allargava coinvolgendo nuovi gruppi, più vasti settori di opinione pubblica: solo nel 1848, tuttavia, fu possibile fare il primo decisivo passo avanti sulla via dell’unità e dell’indipendenza. Le Cinque Giornate di Milano trovarono in lui un leader naturale: nei tre giorni dal 19 al 21 Marzo 1848, Cattaneo fu Capo del Consiglio di guerra, senza patteggiare, puntando solamente alla vittoria – il suo motto fu “A guerra vinta”. Tuttavia, prevalsero gli avversari politici ed egli, angosciato per gli eventi, lasciò Milano nell’agosto di quell’anno e si recò a Parigi.

Fu autore di alcuni scritti filosofici di notevole interesse, come ad esempio Psicologia delle menti associate (1859-1866). Quest’ultima opera era del tutto nuova e originale nel contesto storico-culturale italiano, in quanto prima teorizzazione di una psicologia sociale che, a suo avviso, poteva spiegare il passato – spiegando come i rapporti tra le menti degli uomini avevano prodotto quel progressivo incivilimento che contrassegna lo sviluppo storico – e poteva costituire uno strumento scientifico per la futura organizzazione delle società umane.

Studioso attento di molte scienze – come quella economica, quella storica, quella giuridica – fu difensore strenuo del metodo e dei risultati scientifici, invitando inequivocabilmente i giovani, in pieno clima di restaurazione spiritualistica, a dedicarsi ai “faticosi studi positivi”, in quanto, affermava, solo “le discipline sperimentali” costituiscono “la potenza e la gloria delle moderne nazioni”.

Nel 1859, pur lieto dell’esito della guerra, non volle, tenacemente fermo nelle sue idee federaliste, partecipare al nuovo ordine economico delle cose e tornò a Milano il 25 agosto esclusivamente per parlare di filosofia. Sul finire di quell’anno fece risorgere il Politecnico, un importante strumento utilizzato come “difensore” d’ogni progresso materiale e morale del paese, che lascerà nel 1864. Nei quarantuno fascicoli della prima serie del Politecnico (1839-1844) profuse il meglio della sua attività in questo quinquennio.

Nel 1860 fu a Napoli, ove incontrò Garibaldi, ma se ne allontanò quando vide l’impossibilità di imporre una soluzione federalista. Eletto più volte deputato, non andò in Parlamento per non dover prestare giuramento alla Corona Sabauda. Eletto deputato a Sarnico, Cremona, e nel V collegio di Milano, optò per questo ma non entrò mai in Parlamento, non volendo prestare giuramento contro la sua fede repubblicana. Abbandonò anche, nel 1865, con atto di fiera onestà, la cattedra di filosofia al liceo di Lugano, unica sua risorsa economica. Nel marzo del 1867 fu rieletto deputato a Massafra e al I collegio di Milano: optò per la città natale, fu più volte al Parlamento di Firenze, ma non volle mai piegarsi ad un giuramento formale.

Cattaneo fu quello che in termini attuali potremmo definire un intellettuale a tutto tondo. Leggeva e scriveva di tutto, storia, filosofia, economia, linguistica, fisica, chimica, tecnologia, collaborando con Romagnosi specialmente agli Annali universali di statistica, ove trattava di economia, di storia, di diritto, di scienze fisiche e naturali, di tecnica, di geografia.

I suoi scritti in tema di economia vennero poi pubblicati sotto il titolo di Memorie di economia pubblica, un primo volume, il solo pubblicato per le difficoltà poste dall’editore Sanvito che raccoglie i suoi scritti più importanti sulla materia dal 1833 al 1860. Scrisse poi sui temi più svariati come i saggi sulla Cina antica e moderna, sul pensiero come principio di economia pubblica, sulle questioni del Trentino, di Trieste, dell’Istria, sulla poesia del Mickiewicz, sui nuovi ordinamenti militari italiani, sulle origini italiche, sull’antico Egitto, sul riordinamento degli studi scientifici in Italia, sull’industria moderna, sull’Argentina, ancora sulla Sardegna, sul confine orientale d’Italia, sui Lusiadi di Camões, sul Lassalle, sul romanzo femminile, sull’opera storica di G. Ferrari, sui dazi suburbani, perfino sul tifo dei bovini.

Cattaneo trascorse da privato a Castagnola gli ultimi tre anni o poco più della sua esistenza circondato dal rispetto e dalla stima dei Ticinesi; ma sempre più isolato, nonostante qualche frequente visita a Milano e a Firenze. Già cagionevole di salute negli ultimi anni, affetto da vizio cardiaco, assistito dalla moglie e dal dottor Bertani (e non da Giuseppe Mazzini che in quei giorni giaceva pure lui malato a Lugano), perse conoscenza il 31 gennaio; trapassò nelle prime ore della mattina del 5 febbraio 1869. Pochi mesi dopo, il 25 ottobre 1869, lo seguiva nella tomba Anna Woodcock, la compagna della sua vita.

Come ricorda Ernesto Sestan, “considerate la vastità e la varietà della produzione cattaneana, non è facile ricondurla a un pensiero unitario centrale. Tuttavia, due pensieri sembrano dominare la mente del Cattaneo: il rifiuto di ogni metafisica; l’idea e la fede nel progresso”. Scrive Sestan: “Per il Cattaneo condizione del progresso è il contrasto di idee e di situazioni, il quale contrasto, per essere efficace e rompere un sistema retrogrado, ha bisogno della libertà ed essere guidato da principi razionali, laddove quelli irrazionali non fanno che rafforzare i sistemi retrogradi o riportare ad essi. Il Cattaneo amò chiamarsi soprattutto economista (oltre che ideologo, cioè filosofo). E infatti la sua genialità si manifesta largamente nel campo dell’economia, sia teorica che applicata. Nel primo campo emergono i due scritti Del pensiero come principio di economia pubblica e Dell’economia nazionale di Federico List.”

“Je suis économiste et idéologue de mon métier et je n’ai point de penchant et très peu de temps pour la politique” scriveva nell’agosto 1858 al cognato A. Brénier, diplomatico di professione; ciò che non impedì che Carlo Cattaneo di politica si occupasse, continuatamente, per grande parte della sua vita.

Su Carlo Cattaneo, naturalmente, la bibliografia è sterminata. Ne hanno scritto, tra gli altri, Norberto Bobbio, Una filosofia militante: studi su Carlo Cattaneo (Einaudi, Torino 1971) e Luigi Ambrosoli (a cura di), Carlo Cattaneo e il federalismo (Ist. Poligrafico e Zecca dello Stato- Archivi di Stato, Roma, 1999).

Infine, citiamo qui, a mostrare l’eccletticità del pensatore la sua Controcanzone ai Fratelli d’Italia (scritta il 1° giugno 1850, a mezzanotte, a Lugano).

Che dite? – L’Italia
Non anco s’è desta, Convulsa sonnambula
Scrollava la testa.
Ma il prete di Roma
Nel pugno sacrilego,
Intriso di sangue,
Serrolle la chioma,
Sul letto di morte
La tenne chiodata,
Di cinque ritorte
L’ha tutta annodata.
Venite, vedetela,
Ansante, maldestra,
A nuovo letargo
Reclina la testa È ancora la notte!
Lasciate che giaccia
Del cencio dè secoli
Bendata la faccia,
Ma il raggio è vicino
Del fiero mattino
Che i sogni bugiardi
Sì cari ai codardi
Di re penitenti
Di papi innocenti,
In fumo sciorrà Al sole del vero
Dal triste origliero
Tremenda l’Italia
In piè balzerà.

Su Carlo Cattaneo si vedano inoltre:

  • La discreta pagina Wikipedia;
  • Il profilo biografico di Ernesto Sestan, «CATTANEO, Carlo», in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 22, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1979;
  • Su Cattaneo economista: Tiziano Raffaelli, «Cattaneo, Carlo», in Il contributo italiano alla storia del Pensiero – Economia, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2012;
  • Su Cattaneo filosofo: Arturo Colombo, «Cattaneo, Carlo», in Il contributo italiano alla storia del Pensiero – Filosofia, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2012;
  • Scritti di Carlo Cattaneo in versione e-book, su com.
  • Scritti di Carlo Cattaneo: testi con concordanze e lista di frequenza
  • Indice Carteggi di Carlo Cattaneo, Volume 1, Volume 2
  • Gli Annali Universali di Statistica si possono scaricare qui.

 

Per chiudere, in occasione del 150° anniversario della sua morte, vogliamo qui proporre la recensione di un suo testo uscito nel 2016 per i tipi de La vita felice, An Gorta Mór. La Grande carestia irlandese (1845-1850), a dimostrazione della sua ancora viva attualità.