“Nuova” sinistra e “vecchie” disuguaglianze

di Pier Giorgio Ardeni

Il 26 ottobre si è parlato di Nuova sinistra e vecchie disuguaglianze nel primo del ciclo di incontri sulle disuguaglianze organizzati dall’Istituto Cattaneo.

Un’occasione, questa, per discutere di politica ed economia, di cosa ha fatto e non ha fatto la sinistra in questi anni per affrontare il tema delle disuguaglianze che oggi, secondo tutti gli indicatori statistici, sono ancora alte, crescenti e evidentemente, reclamano soluzioni.

Le elezioni del 4 marzo hanno visto un calo dei consensi del PD – dai 12 milioni di voti del 2008 ai 6 milioni del 2018 – mentre la sinistra “radicale” ha raccolto un consenso di testimonianza, destinato all’irrilevanza. Da molte parti, di fronte alla crescita di M5S e Lega, si è quindi detto che la sinistra dovrebbe “rinnovarsi”, perché non rappresenterebbe più, e da tempo, i lavoratori, i ceti popolari, i “perdenti della globalizzazione”. E perché non avrebbe più messo al centro della sua azione politica l’equità, la redistribuzione del reddito e della ricchezza e l’eguaglianza, quello che doveva fare parte del suo “DNA” originale.

Una “nuova” sinistra?

Non vogliamo qui entrare nel merito di un dibattito squisitamente politico sul quale, al più, potremmo esprimerci come osservatori. Tutti hanno parlato della necessità di “ripartire” – alcuni addirittura “da zero”, come esprime il titolo della iniziativa tenutasi il 7 aprile 2018 a Roma – e in molti e da più parti si è sottolineata l’esigenza di una “nuova” sinistra (citiamone uno per tutti, Veltroni: “Non chiamiamoli populisti: contro questa destra estrema è l’ora di una nuova sinistra”, Repubblica, 29 agosto 2018). Al di là dell’inevitabile riduzione della complessità che una discussione politica “schiacciata” sull’attualità finisce per imprimere ad una riflessione che dovrebbe comprendere visione di fondo, ideali di riferimento, strategie politiche di medio e lungo termine e quant’altro, ciò che ha sorpreso molti commentatori e studiosi è la superficialità del dibattito, l’assenza di riferimenti teorici e filosofici e la mancanza di modelli di riferimento – o l’idea di doverne definire dei nuovi – che si è accompagnata all’affermazione del bisogno di qualcosa di “nuovo”, qualunque cosa questo significasse.

Le proposte portate alla discussione hanno spaziato dall’esigenza di “tornare al socialismo”, “riscoprire Marx”, “riscoprire il populismo”, “rifondare il centro-sinistra”, “tornare a rappresentare le classi subalterne”, tornare a “fare la sinistra, oltre la terza via”, “riprendere la prospettiva riformista”, fino al “fronte repubblicano anti-populista e anti-sovranista”. Per una sinistra oggi ridotta a minimi termini elettorali – ma ancora ben presente nei governi regionali e locali – e quanto mai frantumata in correnti o aree di partito e formazioni politiche sempre molto auto-referenziali, parlare di “nuovo” appare ambizioso e forse anche velleitario, quando ancora non è maturata una riflessione approfondita sulle cause che l’hanno portata alla situazione attuale, sulla società italiana e globale e i suoi mutamenti che la sinistra non sarebbe stata in grado di “intercettare” e su quali modelli e quali prospettive essa voglia offrire. Auspicare una nuova identità o nuovi immaginari o anche solo una prospettiva progressista è legittimo e auspicabile, ma questi saranno tanto più effettivi, convincenti e aggreganti, tanto più sapranno affrontare le sfide della società “liquida”, delle nuove composizioni di classe non più fondate sul lavoro, della società globale degli Stati-nazione sempre meno identitari sotto i due pesi contrapposti delle istituzioni sovra-nazionali e dei “mercati” anch’essi sovra-nazionali e globali. E affrontare alla radice problemi come quello delle disuguaglianze – ampie, diffuse e crescenti – che dal piano dei redditi a quello dell’accesso e delle opportunità caratterizzano tutte le attuali società post-industriali.

Se c’è un tema, un insieme di questioni, sul quale in molti sembrano essere d’accordo è quello della rappresentanza dei cosiddetti ceti popolari, della tutela dei diritti, dell’eguaglianza e dell’equità, che la sinistra non avrebbe più come baricentro della sua iniziativa, “una sinistra che si sposta verso il centro, che insegue Blair, che diventa liberal-democratica e sposa supinamente il mercato” (Enrico Rossi). Afferma Fabrizio Barca: “È da almeno 25 anni che vediamo un’incapacità progressiva della sinistra di rappresentare le classi subalterne della società, gli ultimi, i penultimi e i vulnerabili”. Perché il fatto è che proprio nel momento in cui “le disuguaglianze sono al massimo, la sinistra è al minimo” (Carlo Galli). Perché questo? Perché “la sinistra si è persa” (Giuseppe Provenzano): “Nel momento esatto in cui esplodevano intorno a noi le più grandi diseguaglianze, e questo ci faceva scivolare nella crisi peggiore della nostra storia, noi dicevamo, alla fondazione del Pd, che non c’era più il conflitto tra capitale e lavoro, tutti uniti in nome di un’innovazione astratta come fosse un valore in sé che perdeva ogni qualificazione o connotazione sociale”.

E le vecchie e note disuguaglianze

Se è pur vero che nell’ultimo quarto di secolo si è assistito ad un cambiamento radicale della tradizionale struttura di classe delle società industriali mature con la conseguente “trasformazione delle disuguaglianze” – anche le disuguaglianze non sono più quelle di una volta –, è altrettanto vero che la “crisi della sinistra incrocia problemi vecchi come la distribuzione della ricchezza e nuovi come l’identità dei soggetti politici nella società contemporanea” (Aldo Carra). Sì, è vero, il Rapporto Istat sulla situazione sociale dell’Italia del 2017 affermava che “la progressiva frammentazione del tessuto sociale ha portato nel tempo a un’attenuazione del concetto di ‘classe’, quale che ne sia la definizione o il campo teorico di riferimento… [e ha] comportato, dal punto di vista delle soggettività, un effetto rilevante sul senso di appartenenza e sull’identità sociale” (Rapporto Istat 2017, Sintesi, p. 4). Ma ciò non toglie che oggi ci troviamo di fronte alle vecchie e note disuguaglianze di reddito e di ricchezza, tra nord e sud, tra “figli dei ricchi e figli dei poveri” per le opportunità che sono loro offerte, più evidenti e macroscopiche di prima. Quelle disuguaglianze non sono mai sparite, né sono diminuite, anzi si sono accentuate.

Negli ultimi 30-35 anni la disuguaglianza nella distribuzione del reddito è aumentata in Italia più che negli altri paesi OCSE (meno la distribuzione comparata della ricchezza). Questo non è stato dovuto alla crisi iniziata nel 2008 (che certo non ha favorito un’inversione di tendenza, come vedremo sotto). I dati ISTAT recenti dicono che l’indice Gini sul reddito “primario, di mercato” è 45.2, cioè 41.5 al Nord, 47.7. al Sud. È qui che si deve intervenire: perché il reddito “di mercato” è così diseguale? Non bastano le politiche redistributive, è a monte che si deve agire. L’indice Gini sul reddito disponibile (al netto di trasferimenti e prelievi) è invece più basso ed è pari a 30.1, ovvero 27 al Nord e 30.7 al Sud. Questo ci dice che l’intervento pubblico è importante, perché riduce la diseguaglianza di 15.1 punti (più trasferimenti che prelievi, però).

Uno dei problemi è che il reddito primario, per i più poveri, è costituito soprattutto da pensioni. Intervenire sulle pensioni è dunque problematico. Il reddito, dopo l’intervento pubblico, si riduce però soprattutto per i giovani, per i quali aumenta il rischio di povertà. Al contrario, l’intervento pubblico abbatte drasticamente il rischio di povertà delle famiglie anziane.

L’andamento degli ultimi lustri ci mostra che il reddito disponibile delle famiglie si è ridotto in media del 12% tra il 2000 e il 2016 (dati Banca d’Italia). Ovvero, la crisi italiana viene da lontano: è una crisi di produttività del sistema, la ricchezza prodotta non cresce più. Inoltre, come ha argomentato di recente Massimo Baldini, “i dati Eurostat sulla distribuzione del reddito dicono che la disuguaglianza in Italia è aumentata durante la crisi”. Se la crescita dei primi anni duemila aveva provocato un calo della disuguaglianza, la crisi iniziata nel 2008 ha portato ad un suo successivo aumento. Tra il 2008 e il 2016, il reddito medio si è ridotto del 12%. La riduzione però è stata nettamente più marcata per i più poveri (primo decile) che hanno subito una riduzione del loro reddito medio di un terzo, mentre i più ricchi hanno visto ridursi il loro reddito medio di circa il 12%. La crisi economica ha colpito maggiormente le fasce più deboli. Il divario tra ricchi e poveri è aumentato – sottolinea Baldini – soprattutto a causa del crollo dei redditi più bassi.

E la sinistra, dov’era?

Tutto questo è successo in anni che sono stati difficili per l’economia e la società italiana. Ricordiamo che dopo l’inizio della crisi finanziaria ed economica, l’UE adottò politiche di bilancio tese a sostenere il sistema bancario e contenere la spesa pubblica in luogo di politiche espansive. Quelle politiche “anticicliche” e di riduzione della domanda in una fase recessiva vennero criticate da molti (citiamo per tutti Krugman e Stiglitz) ma non dagli alti vertici europei né dai governi nazionali. La crisi greca del 2010 – che fu una crisi del debito sovrano cui si accompagnò una crisi dell’euro – e la seguente “crisi dello spread” in Italia nel 2011 portarono alla caduta del governo Berlusconi e al governo Monti sostenuto dal PD, ma non ad una messa in discussione né dell’impostazione europea nei confronti della crisi, né tantomeno delle sue strategie di fondo. Dal 2013, poi, al PD, partito di maggioranza, venne affidata la guida del governo con Letta, Renzi e poi Gentiloni per l’intera legislatura, fino al 2018. Furono tutti governi di coalizione, è vero, ma a marcata guida PD. Se si può dire che le politiche di “austerity” decise dalla UE trovarono l’obbligato consenso del PD, è anche vero che furono prese decisioni che non ne mettevano in discussione, alla radice, l’impostazione. Sono stati quelli gli anni in cui l’Italia, unico paese UE, ha addirittura inserito nella sua carta costituzionale l’obbligo del pareggio di bilancio e ha recepito il fiscal compact come un male necessario, perché tra una richiesta di maggiore “flessibilità” e l’attesa della fantomatica crescita – magari favorita da un mercato del lavoro più libero da lacci e lacciuoli – sarebbe riuscita a risolvere i suoi problemi.

Eppure, il vizio di fondo risale a molto tempo prima. È il vizio che accomuna tutta la sinistra europea. C’è chi lo ha descritto come “un totale ripudio del passato e un’adesione interiore al neoliberismo” (Fabrizio Barca): “Un’intera generazione di sinistra – la mia – dopo il 1989 si è convinta che i suoi ideali di uguaglianza fossero una sorta di romantico errore di gioventù”. Mentre l’Europa, dopo l’89, definisce il suo orizzonte strategico con il piano Delors che porterà al trattato di Maastricht (1992), la sinistra fa sua la prospettiva di un’Europa sociale fondata sulla crescita. Ma la crescita, di per sé, non garantisce che la ricchezza venga distribuita equamente ed egualmente; il mercato, di per sé, non porta a meccanismi automatici di riequilibrio; l’idea che “al crescere del livello delle acque tutte le barche si metteranno a navigare” non tiene conto di quelle che si incagliano o sono troppo piccole per reggere ai marosi. L’attenzione e l’enfasi sono tutte per la crescita, l’eguaglianza verrà da sé. Se guardiamo a quante volte le parole “eguaglianze/disuguaglianze” compaiono nei trattati – dal Single European Act (1986), al Trattato di Maastricht (1992), al Trattato di Lisbona (2007), alla Strategia UE 2020 (2010) all’ultimo European Pillars of Social Rights (2017) – vediamo che solo nel Trattato di Lisbona esse compaiono 2 volte, mentre negli altri appaiono una volta solo o mai. L’articolo 3 del Trattato di Lisbona recita: “L’Unione deve approntare un mercato interno. Questo favorirà uno sviluppo sostenibile dell’Europa basato sulla crescita bilanciata, stabilità dei prezzi, un’economia di mercato sociale altamente competitiva, che aspiri alla piena occupazione e al progresso sociale…”. Tutto si basa sul mercato, quindi. Nessuno accenno al fatto che tutto questo andrebbe fatto facendo in modo che il processo sia equo ed egalitario. Lasciamo fare al mercato, alla crescita, che se tutto va bene tutti ne beneficeranno.

Ma già Tony Atkinson nel 1995 e Amartya Sen nel 1996 ammonivano che da sole le cose non si aggiustano. “Se il programma di unità europea oggi appare sempre più come un piano tecnico per unificare le monete e un calendario di tagli di bilancio annuali cui conformarsi rigidamente, è importante tenere a mente che dietro a quell’esigenza di unità vi sono obiettivi più grandi che comportano l’impegno sociale per il benessere e le libertà della popolazione” (Amartya Sen, ‘Social Commitment and Democracy: The Demands of Equity and Financial Conservatism’, in P. Barker (ed.), Living as Equals, Oxford University Press, 1996). Perché libertà? Perché se non si può scegliere, non si è liberi. Una società che non dà le stesse opportunità a tutti di poter decidere della propria vita non è libera, ed è iniqua.

Se la barca dell’Euro ha continuato a navigare più o meno indisturbata fino al 2008 – tra la bolla della new economy, l’11 settembre e le guerre in Afghanistan e Iraq e altre distrazioni, mentre l’economia virtuale cresceva – i nodi hanno cominciato a venire al pettine subito dopo. E la crisi greca è diventata il nostro incubo: “con un debito così alto, la spesa pubblica va tagliata”. Ma la spesa pubblica in Italia è tanto alta quanto quella degli altri paesi membri! E se dobbiamo tagliare, dove tagliare? Ma la spesa sociale, naturalmente! Come se fosse da lì che si originava la spesa crescente… E in Europa non abbiamo saputo che balbettare, incapaci di un’altra visione.

In tutti questi anni, l’adesione a quel modello è stata totale. Si è puntato sulla crescita, e per un paese che non cresce, e sono più di 20 anni che è fermo, è drammatico. Si è pensato – liberisticamente – che se il mercato non avrebbe ricompensato ogni fascia equamente, al massimo ci avrebbe pensato la politica fiscale. La distribuzione del reddito di mercato, ovvero prima di tasse e trasferimento, è peggiorata, ed ora è tra le più concentrate in Europa. La politica redistributiva ha continuato a fare molto ma, anche in questo caso, le pezze che ci ha messo non hanno tappato tutti i buchi. Tanto si è creduto nel mercato e nella crescita, in Italia, che oggi siamo un paese più diseguale, che spende meno degli altri in istruzione – meno opportunità per tutti –, dove “l’ascensore sociale si è rotto” più che altrove, dove le condizioni sociali di padri e madri si perpetuano nei figli, proprio come accadeva un tempo. Questo non è accaduto per le inevitabili conseguenze della globalizzazione, perché lo ha voluto l’Europa o perché l’Italia non poteva che fare la sua parte. Sono state le conseguenze di scelte fatte nel tempo, nel solco di un pensiero che non era della sinistra, che ha portato a quel modello di globalizzazione di cui oggi subiamo le conseguenze.

E la sinistra, dov’era? Al governo (most of the time), e anche quando non c’era aveva la testa altrove.

E allora, gridano in molti, la sinistra è inutile se non persegue l’uguaglianza.