L’atteggiamento verso l’immigrazione riflette la società

a cura di Enrico Di Pasquale, Andrea Stuppini, Chiara Tronchin

Se pensiamo che ancora cinque anni fa l’Italia aveva una ministra dell’immigrazione di origine congolese e che circa un anno fa le forze politiche discutevano se concludere l’iter legislativo per concedere la cittadinanza ai minori stranieri – lo ius soli –, il cambiamento del clima politico e culturale che si è registrato sulla materia nell’estate del 2018 può apparire sorprendente. È come se le elezioni politiche del 4 marzo e la successiva formazione del governo giallo-verde avessero scoperchiato un vaso di Pandora che ha fatto emergere una crescente insofferenza di fronte al fenomeno migratorio (purtroppo costellata anche da episodi di violenza) in tutti i suoi aspetti. Formalmente la narrazione prevalente si riferisce agli sbarchi dei richiedenti asilo, cominciati nel 2011, intensificatisi negli anni successivi, ma in realtà già in calo dal luglio 2017. Sostanzialmente però il fenomeno di rigetto sembra riguardare l’immigrazione in generale come se la lunga crisi economica iniziata nel 2008 avesse trovato un capro espiatorio che va anche oltre la competizione sul mercato del lavoro o sui servizi di welfare. Peraltro, la nostra recente nota ha dimostrato come la maggioranza dell’opinione pubblica sovrastimi ampiamente la dimensione del fenomeno (gli italiani ritengono che gli stranieri siano il 24% della popolazione, anziché l’attuale 8% della popolazione residente).

Sono tutti clandestini?

Si può ricordare come una tendenza analoga si sviluppò proprio nell’estate 2008, anche in quella occasione successivamente ai risultati elettorali della primavera. La differenza più rilevante potrebbe sembrare nominalistica perché allora ci si riferiva ai “clandestini”, mentre ora i protagonisti sono appunto i “falsi profughi”, quindi nuovi clandestini.

Quando si cerca di approfondire la distinzione tra le due categorie: migranti economici in cerca di un miglioramento della propria condizione di vita e profughi in fuga da guerre o persecuzioni individuali o collettive ai sensi della Convenzione di Ginevra, troviamo sui testi di diritto una distinzione chiara e netta che però nella realtà diventa spesso alquanto sfumata.

Non a caso coloro che ritengono che si debba respingere qualunque migrante indiscriminatamente (come se fosse possibile…) sono poco interessati a questa distinzione: “il profugo è un clandestino che ha studiato legge”. Sul versante opposto coloro che ritengono che si debba accogliere tutti indiscriminatamente (come se fosse possibile…) li accomunano in un unico destino: “sono disperati, dobbiamo aiutarli”.

Nella realtà italiana degli ultimi anni, le procedure amministrative hanno tuttavia contribuito a determinare una differenza significativa. Tra il 1999 ed il 2011 l’Italia ha regolarizzato quasi quattro milioni di persone a seguito di sanatorie o “decreti flussi” approntati per l’occasione; quasi tutti erano giunti nella penisola clandestinamente, ma appena ottenuto il nulla osta e regolarizzandosi, hanno iniziato a versare tasse e contributi previdenziali; si è così formato un nucleo di 2.300.000 lavoratori stranieri importanti per l’economia del paese, sia pure in condizioni disagiate, che hanno resistito con difficoltà alla crisi economica. Nel frattempo, un altro milione di persone ha acquisito la cittadinanza italiana, procedendo nel percorso di integrazione.

Dal 2011 le cose però sono cambiate: nella contestuale assenza di decreti sui flussi, il profugo presenta la domanda di asilo alla commissione competente, ma attende non meno di 18 mesi per conoscere una risposta, se essa è negativa potrà presentare ricorso e vedere prolungata la sua attesa per almeno un altro anno. Poiché nel frattempo vitto ed alloggio costano allo Stato circa novecento euro al mese, l’insofferenza di italiani disoccupati o pensionati sociali appare comprensibile.

Paese che vai usanza che trovi

Se poi consideriamo episodi di criminalità con protagonisti stranieri (anche se spesso sottolineati da una propaganda di parte) non si può sottovalutare la miscela esplosiva cui la società italiana si trova di fronte.

Occorre riflettere sul fatto che l’impreparazione che si è registrata nel gestire il fenomeno delle richieste di asilo dal 2011, si è sommata ai cronici ritardi della nostra burocrazia: infatti nei paesi anglosassoni (Germania in testa) le procedure di asilo restano in tempi contenuti entro i sei mesi ed anche la Francia ha adeguato in questo senso la propria normativa, mentre da noi il decreto Minniti-Orlando volto a snellire le procedure è arrivato solo nel 2017. Ore la legge voluta dal ministro Salvini rischia di avere la conseguenza di estendere l’area della clandestinità – non agendo sui flussi in entrata – e riduce gli spazi del sistema di accoglienza più qualificato, quello dei Comuni (lo SPRAR e i CAS). Ciò può avere ripercussioni negative sul livello di integrazione di soggetti per i quali (in carenza di accordi bilaterali con i paesi di provenienza) resta difficile il rimpatrio, come i dati finali del 2018 si incaricheranno di dimostrare.

Ed è proprio sui ritardi dell’Italia in materia di integrazione dei migranti in generale che occorre interrogarsi: l’ampiezza dell’economia informale, la moltiplicazione di norme che diventano poi scarsamente rispettate, il malfunzionamento della pubblica amministrazione ed i ritardi della magistratura sono tutti elementi che concorrono a rendere più difficoltosa la gestione del fenomeno migratorio in generale.

In futuro, con uno sfondo delineato dall’esplosione demografica africana e dal cambiamento climatico, sempre più inadeguate si mostreranno risposte basate sulla propaganda e viziate da provincialismo anti europeo. Una sfida così complessa merita di più del duello tra visioni ideologiche “buoniste” e “cattiviste”. In un certo senso l’immigrazione ci mostra allo specchio anche i difetti della nostra società e del nostro Stato: correggere questi difetti avrà conseguenze positive anche sulla gestione del fenomeno migratorio.