Referendum 4 dicembre 2016 – Aspettando il referendum. Rischi e opportunità della mobilitazione elettorale e compattezza dei due schieramenti

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Nell’avvicinarsi del referendum costituzionale del 4 dicembre, diventa interessante interrogarsi sulla partecipazione elettorale, guardando alle precedenti occasioni in cui gli elettori italiani si sono trovati di fronte ad una scelta di questo tipo. A tal fine, l’Istituto Cattaneo ha analizzato i dati della partecipazione elettorale nei referendum del 2001 (sulla riforma del Titolo V) e, soprattutto, del 2006 (riforma di 54 articoli della Costituzione proposta dal governo di centrodestra, guidato da Berlusconi).

Il primo dato che intendiamo mettere in rilievo riguarda la diversa distribuzione della partecipazione elettorale nelle regioni italiane. http://beardgrowingtips.com/cheap-Cialis-50-mg-Sweden Cheap Cialis 50 mg Sweden Come mostra la tabella 1, l’affluenza al voto nel 2006 è maggiore nelle regioni del nord e della zona “rossa”, mentre si attesta ben al di sotto del 55 percento sia nell’area del centro (52,2%) che al sud, dove precipita in media al 42,7%. Un trend simile, com’è noto, si ravvisa anche nelle elezioni politiche, con una maggiore affluenza al centro-nord rispetto al sud. In particolare, nelle elezioni politiche dell’aprile 2006 – quelle temporalmente più vicine al referendum del giugno 2006 – la differenza in termini di partecipazione tra le regioni del centro-nord e quelle del sud superava i 10 punti percentuali.

Il confronto tra le elezioni parlamentari e il referendum del 2006 ci permette di esaminare se il calo dell’affluenza è omogeneamente distribuito su tutto il territorio nazionale oppure, al contrario, se esiste un effetto di smobilitazione asimmetrica, che “punisce” alcune regioni più di altre. In linea generale, il calo della partecipazione tra le politiche e il referendum costituzionale si attesta attorno ai 30 punti percentuali. Questo significa che poco meno di un elettore su tre, tra coloro che avevano votato alle elezioni politiche, non si è recato ai seggi per esprimere la propria opinione sul disegno di revisione costituzionale proposto dal governo Berlusconi. Un calo di questo genere e di questo tenore è certamente fisiologico, considerata la diversa natura delle due competizioni elettorali: in un caso per l’elezione del Parlamento e nell’altro per esprimere un giudizio sulle modifiche alla Costituzione. A tal proposito, è importante segnalare il diverso “calendario” elettorale del 2006 rispetto a quello dell’attuale contesto politico: nel primo caso, il referendum seguiva le elezioni politiche, mentre nel secondo caso il referendum – che, per di più, viene percepito da una parte dell’opinione pubblica anche come l’occasione per esprimere un giudizio sul governo Renzi – anticipa le elezioni parlamentari previste per il 2018. Questo diverso calendario delle elezioni potrebbe avere effetti positivi sulla partecipazione al voto.

Però, il dato che merita evidenziare è quello concernente la diversa mobilitazione elettorale nelle regioni italiane nelle due elezioni del 2006. Nel nord-ovest e nel nord-est, così come nella cosiddetta zona “rossa”, il calo dell’affluenza tra le politiche e il referendum si ferma al di sotto di 30 punti percentuali. Al contrario, nelle regioni del centro e, soprattutto, del sud, la partecipazione supera la soglia dei 30 punti. La differenza più significativa è quella che si registra tra l’area della zona “rossa”, dove il calo tra le due elezioni è di 26 punti percentuali, e le regioni del sud, in cui lo scarto sfiora i 35 punti. Dunque, nel voto sul referendum costituzionale assistiamo ad una diminuzione significativa dell’affluenza (in media, attorno ai 30 p.p.), ma con una forte asimmetria sfavorevole alle regioni meridionali. Se nella zona “rossa”, è solo un elettore su quattro (-26 p.p. sul totale dei partecipanti alle politiche: 88,1%) che non si ripresenta ai seggi per un appuntamento referendario, nelle regioni del sud, tra i 77,5% dei votanti nelle elezioni politiche, un elettore ogni tre (-34,8 p.p.) decide di rimanere a casa.

Tab. 1 Percentuale di votanti alle elezioni politiche dell’aprile 2006 e al referendum costituzionale del giugno 2006

Regione % votanti alle

Politiche 2006

% votanti al

Referendum 2006

Differenza % votanti Politiche-Referendum
Valle d’Aosta 83,5 50,5 33,0
Piemonte 84,9 58,2 26,7
Lombardia 87,5 60,6 26,9
Liguria 83,5 58,2 25,3
Nord-ovest 86,3 59,6 26,7
Veneto 87,7 62,3 25,4
Trentino-Alto Adige 87,7 48,0 39,7
Friuli Venezia-Giulia 84,6 57,8 26,8
Nord-est 87,2 59,5 27,7
Emilia-Romagna 89,6 64,3 25,3
Toscana 87,5 61,7 25,8
Umbria 87,1 59,2 27,9
Marche 86,4 58,3 28,1
Zona Rossa 88,1 62,1 26,0
Lazio 84,8 53,6 31,2
Abruzzo 83,7 53,5 30,2
Sardegna 77,9 46,7 31,2
Centro 83,3 52,2 31,1
Molise 82,4 49,7 32,7
Campania 78,8 40,9 37,9
Basilicata 80,3 45,4 34,9
Puglia 79,4 43,3 36,1
Calabria 74,6 42,6 32,0
Sicilia 75,0 43,6 31,4
Sud 77,5 42,7 34,8
Circoscrizione estero 38,9 27,9 11,0
Italia 83,6 53,8 29,8
 

 

Fonte: elaborazione dell’Istituto Cattaneo sui dati del Ministero dell’Interno.

 

I dati appena presentati possono essere confrontati con quelli del referendum costituzionale del 2001, in particolare per quel che riguarda la distribuzione geografica della partecipazione. In questo caso, abbiamo messo a confronto l’affluenza al voto nelle due tornate referendarie in tutte le province italiane. Come si nota dalla fig. 1, in entrambe le occasioni la partecipazione è stata più elevata nelle regioni del centro-nord rispetto a quella osservata al centro-sud. La zona “rossa” mostra i valori più elevati di partecipazione nei due referendum costituzionali; al contrario quasi tutte le province delle 5 regioni del sud (Molise, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria, Sicilia) riportano i valori più bassi in termini di affluenza.

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Fig. 1 Partecipazione elettorale nei referendum costituzionali del 2001 e del 2006 per provincia, valori percentuali

Fonte: Istituto Cattaneo.

Legenda: Nord-ovest: Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria, Lombardia; Nord-est: Veneto, Trentino Alto-Adige, Friuli Venezia-Giulia; Zona “rossa”: Emilia-Romagna, Toscana, Marche, Umbria; Centro: Lazio, Abruzzo, Sardegna; Sud: Molise, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria, Sicilia.

 

In vista del prossimo appuntamento referendario, è dunque lecito aspettarsi una differenza abbastanza significativa nel comportamento elettorale degli italiani, in parte collegato alle loro province/regioni di residenza. Nello specifico, è probabile attendersi valori diversificati nella partecipazione al voto tra le 5 macro-aree geopolitiche fin qui identificate. Considerato anche il tipo di voto, e cioè un referendum “tecnico” sulla riforma della Costituzione, l’elettore che si reca ai seggi deve possedere forti motivazioni personali oppure essere inserito in larghe reti associative che lo spingono al voto.

Per valutare se l’esistenza di tali reti di associazioni e fiducia interpersonale ha avuto (e potrà avere) un impatto sulla partecipazione elettorale nel referendum costituzionale, la fig. 2 pone in relazione i valori dell’affluenza nelle province italiane con quelli del “capitale sociale”, un indice sintetico che esprime la ricchezza associativa all’interno della quale si trovano inseriti i cittadini italiani. Com’è evidente della fig. 2, esiste una relazione positiva tra la presenza di capitale sociale e il voto referendario. Nelle regioni del centro-nord – dove lo spirito associativo è più diffuso – la partecipazione elettorale nei referendum è più elevata rispetto ai valori registrati nelle altre regioni d’Italia. Di conseguenza, anche da questa prospettiva possiamo aspettarci una partecipazione asimmetrica nella prossima tornata referendaria, che tenderà a premiare le province del nord o del centro “rosso”.

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Fig. 2 Partecipazione elettorale nel referendum costituzionale del 2006 e indice di capitale sociale per provincia, valori percentuali

 

Fonte: Istituto Cattaneo. Per la divisione in macro-aree regionali, si veda la legenda riportata nella fig. 1.

 

La partecipazione ai referendum costituzionali ha avuto, in Italia, un forte carattere asimmetrico, nel senso che ha privilegiato la maggiore propensione al voto dei cittadini residenti nelle regioni del centro-nord. A questo punto, diventa importante domandarsi quali partiti o, meglio, schieramenti abbiano beneficiato o siano stati danneggiati da questa tendenziale asimmetria. Per svolgere questo tipo di analisi, abbiamo messo in relazione i risultati del voto nel referendum del 2006 con quelli delle due principali coalizioni che si sono confrontate nelle elezioni politiche del 2006. La fig. 3 riporta, per ogni provincia, la percentuale di voti conquistati del centrodestra (nelle elezioni per il Parlamento) e quella di chi sosteneva la posizione del “sì” nel referendum dello stesso anno. Poiché si trattava di una revisione costituzionale promossa dal centrodestra, ci aspettiamo una correlazione positiva tra i due risultati, nel senso che l’elettorato di destra sosterrà la riforma del “suo” governo. Questa relazione è confermata dai dati inclusi nella fig. 3: al crescere dei voti per la coalizione di centrodestra, aumenta la percentuale di coloro che promuovono la riforma costituzionale. Questa relazione è molto stretta in quasi tutte le regioni italiane, ma con alcune evidenti eccezioni.

La prima, assolutamente rilevante, è quella del voto al sud. In queste regioni, la correlazione tra il voto per la coalizione di Berlusconi e il voto favorevole alla riforma costituzionale è più debole rispetto alle altre zone. Ne consegue che l’elettorato del centrodestra nelle province del sud si è rivelato meno compatto nel seguire le indicazioni dei propri partiti di riferimento. Da questo punto di vista, il calo della partecipazione nelle regioni meridionali che abbiamo messo prima in evidenza sembra essere legato, almeno in parte, alla smobilitazione dell’elettorato di centrodestra nei due mesi che separavano il voto alle politiche da quello referendario.

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Fig. 3 Percentuale di voti validi alla coalizione di centrodestra nelle elezioni politiche del 2006 e percentuale di voti validi a favore del “sì” nel referendum costituzionale del 2006 per provincia

Fonte: Istituto Cattaneo. Per la divisione in macro-aree regionali, si veda la legenda riportata nella fig. 1.

 

La seconda eccezione che merita segnalare riguarda, invece, il voto alla coalizione di Berlusconi nella zona “rossa”. Nonostante i risultati non esaltanti alle politiche, il fronte del “sì” al referendum del 2006 ha ottenuto percentuali di voto migliori rispetto a quelle dei partiti promotori. In questo caso, quindi, i partiti di centrodestra sono stati più efficaci nel convincere i loro elettori a tornare ai seggi in occasione del referendum.

 

 

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Fig. 4 Percentuale di voti validi alla coalizione di centrosinistra nelle elezioni politiche del 2006 e percentuale di voti validi a favore del “no” nel referendum costituzionale del 2006 per provincia

Fonte: Istituto Cattaneo. Per la divisione in macro-aree regionali, si veda la legenda riportata nella fig. 1.

 

Lo stesso argomento, seppure a parti invertite, vale per la coalizione di centrosinistra e per il fronte del “no” al referendum, cioè di quello schieramento di forze politiche che si opponevano alla riforma costituzionale promossa dal governo Berlusconi. Osservando la fig. 4, si nota anche in questo caso la minore capacità di mobilitazione elettorale nelle regioni del sud che, però, a differenza del centrodestra, non rappresenta un classico e stabile bacino di voti per i partiti di sinistra. Nel caso dello schieramento guidato da Romano Prodi nel 2006, la vera forza elettorale risiedeva nelle province della zona “rossa”, dove la mobilitazione in vista del referendum è stata molto più elevata rispetto alle altre zone d’Italia. Non sappiamo se la stessa logica prevarrà anche nel prossimo referendum, perché nel frattempo è profondamente mutata l’offerta partitica (da strettamente bipolare a tendenzialmente tripolare), ma è certo che la vittoria di uno dei due schieramenti – del “sì” o del “no” – dipenderà sostanzialmente da due fattori o incognite. Da un lato, la capacità dei principali partiti di mobilitare il proprio elettorato, soprattutto in quelle aree in cui sono tradizionalmente più radicati. Per il fronte del “sì”, questo significa innanzitutto riuscire a riportare al voto gli elettori nelle regioni del centro-nord e, in particolare, della zona “rossa”, così come avvenuto in passato, sia nel 2011 che nel 2006.

Dall’altro lato, la seconda incognita che incombe sul voto del 4 dicembre è relativa al voto nelle province del sud. Ancora prima delle opzioni di voto – tra il “sì” e il “no” – in questo caso sono molto più rilevanti le motivazioni che spingeranno gli elettori del sud a scegliere tra il “voto” e il “non-voto”. Vista la tendenziale smobilitazione asimmetrica che colpisce le regioni meridionali, diventa decisivo capire, in vista del prossimo referendum, quale dei due schieramenti alternativi saprà offrire gli argomenti migliori per portare gli elettori di queste province alle urne.

Da ultimo, sempre in riferimento ai due referendum costituzionali del 2001 e del 2006, è utile interrogarsi sulla compattezza o coesione dei due schieramenti che, nel corso del tempo, si sono confrontati sui progetti di modifica della Costituzione. A tal proposito, bisogna ricordare che, in entrambi i referendum, i cittadini italiani erano chiamati ad esprimersi su due progetti di revisione costituzionale promossi dal governo, nel 2001 dal centrosinistra e nel 2006 dal centrodestra. Questa situazione ha creato due coalizioni piuttosto coese a favore o contro i progetti di riforma.

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Fig. 5 Percentuale di voti validi a favore del “sì” nel referendum costituzionale del 2001 e percentuale di voti validi a favore del “no” nel referendum costituzionale del 2006 per provincia

Fonte: Istituto Cattaneo. Per la divisione in macro-aree regionali, si veda la legenda riportata nella fig. 1.

 

Di conseguenza, ci possiamo aspettare che coloro che hanno votato “sì” alla revisione del centrosinistra nel 2001 abbiano poi votato “no” alla riforma costituzionale del centrodestra (e viceversa). Questa relazione inversa è ben visibile nella fig. 5, che mette in rapporto le percentuali di voto per il “no” nel 2006 con quelle a favore del “sì” nel 2001. Il primo dato che emerge è senza dubbio l’esistenza di due “squadre” che si mobilitano in difesa della posizione dei rispettivi schieramenti. In buona misura, chi aveva votato a favore della modifica costituzionale proposta dal centrosinistra nel 2001 ha poi votato contro la revisione della Costituzione promossa dal centrodestra. Uno scenario che, ovviamente, vale anche a parti invertite: con il centrodestra a difesa delle “sue” riforme e contro quelle degli “altri”.

In questo scenario molto bipolare, le uniche (piccole) eccezioni sono rappresentate dalle regioni del sud e del nord. Anche se le due “squadre” si sono mosse in modo relativamente compatto, l’elettorato meridionale si è sbilanciato a favore del “no” nella riforma del 2001 (quella, tra l’altro, sulla cosiddetta “devolution”), mentre l’elettorato settentrionale si è disallineato nel senso opposto, e cioè a sostegno della riforma costituzionale berlusconiana.

Ovviamente, l’immagine di un’Italia perfettamente spaccata in due, anche sulla riforma della Costituzione, riflette una realtà politica che non esiste (quasi) più. A partire dal 2013, con l’ingresso in scena del Movimento 5 stelle, il sistema politico è sicuramente diventato tripolare, ma ancora non sappiamo quali effetti avrà questo nuovo assetto partitico sui temi costituzionali. Dunque, una terza incognita – oltre alle due già indicate sopra – incombe sulla prossima scadenza referendaria ed è quella che riguarda le opinioni e i comportamenti elettorali degli elettori pentastellati. L’elettorato del M5s non è stato ancora messo alla prova di un referendum costituzionale e, di conseguenza, non sappiamo se (e in che misura) si atterrà alle indicazioni dei leader del Movimento. Ma anche in questo caso si tratta di un incognita che potrà essere svelata soltanto la sera del 4 dicembre.

 

 

Analisi a cura di Marco Valbruzzi

 

 

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