Referendum 4 dicembre 2016 – Gli elettorati di Pd e Pdl si sfaldano, quello del M5s è sempre più compatto

I flussi elettorali tra elezioni politiche del 2013 e il referendum costituzionale

In relazione al referendum costituzionale del 4 dicembre erano essenzialmente tre gli interrogativi che ci si poteva porre in relazione alle scelte degli elettori.

In primo luogo, ci si domandava quanto la scelta di una parte dei dirigenti Pd (in primis l’ex segretario Pierluigi Bersani) di schierarsi a favore del “No” avrebbe pesato sulla compattezza del voto degli elettori di questo partito.

Una seconda domanda riguardava l’ambizione più volte dichiarata durante la campagna elettorale dal presidente del consiglio Matteo Renzi di riuscire a convincere una parte dell’elettorato di centrodestra: in che misura questa ambizione sarebbe riuscita effettivamente a fare breccia tra questi elettori?

Un terzo interrogativo riguardava il Movimento 5 stelle. Quanto le scelte degli elettori di una formazione ancora “nuova” come questa (la sua prima partecipazione alle elezioni politiche è del 2013) sarebbero state compatte nel voto referendario?

Ebbene, se volessimo riassumere nel modo più sintetico possibile – con un tweet, potremmo dire –  le risposte a questi tre interrogativi diremmo che gli elettorati dei partiti “storici” si frammentano  mentre quello del (non)partito nuovo rivela una compattezza granitica.

Per arrivare a queste conclusioni abbiamo svolto su 11 città delle stime dei flussi elettorali attraverso il cosiddetto “modello di Goodman”. Si tratta di stime statistiche (e quindi di misure affette da un certo margine di incertezza) elaborate a partire dai dati delle singole sezioni elettorali di ciascun comune considerato. Le analisi sono effettuate «su elettori» e non «su voti validi», al fine di poter includere nel computo anche gli interscambi con l’area del «non-voto» (astenuti, voti non validi, schede bianche).

Abbiamo calcolato tali flussi a partire dalle elezioni politiche del 2013, punto temporale che costituisce una sorta di benchmark perché è da lì che si è affermato il formato essenzialmente tripolare della competizione.

Presenteremo i risultati sotto forma di flussi in uscita dalle principali forze politiche che si presentarono nel 2013. Porremo gli elettori di ognuna di queste forze politiche pari a 100 e vedremo come si sono distribuiti tra il Sì, il No e il non-voto (che comprende astenuti e schede bianche e nulle).

Cominciamo dal Pd (figura 1).

L’elettorato di questo partito ha partecipato quasi interamente al voto (pochissimi – a parte il caso di Reggio Calabria – sono gli elettori del Pd che si sono astenuti). Il “No” ha invece avuto un’incidenza talvolta marcata. Nelle città del Nord e del Centro inserite nella nostra analisi il peso della diaspora verso il No varia da un minimo di un quinto (20,3% a Firenze) a un massimo di un terzo (33% a Torino). Al Sud questo peso è in alcuni casi anche maggiore: a Napoli e a Palermo più del 40% degli elettori Pd ha respinto la riforma.

Già al referendum sulle trivelle di aprile, il Pd – ufficialmente schierato per l’astensione ma con voci dissenzienti a favore del sì – aveva perso la sua compattezza.

Il voto sul referendum costituzionale – pur maggiormente “politicizzato” rispetto a quello delle trivelle – conferma la presenza all’interno di questa forza di una componente minoritaria ma significativa di elettori dissenzienti rispetto alla linea ufficiale della segreteria.

 

Figura 1. Come hanno votato 100 elettori che alle politiche del 2013 avevano votato Pdfig_1

Vediamo ora il “Centro” (figura 2), ossia gli elettori che nel 2013 avevano votato per la coalizione Monti (Scelta civica, Udc, Fli). Com’è noto, Mario Monti si è espresso in campagna elettorale a favore del No. Altri dirigenti di questa coalizione (come Pierferdinando Casini) si sono invece espressi per il Sì. L’elettorato di questi tre partiti alle elezioni europee del 2014 si era interamente riversato sul Pd. Si può dire che la scelta referendaria di questi elettori sia in continuità con quella compiuta alle europee: quasi unanimemente, infatti, i centristi scelgono il Sì (parziali eccezioni sono alcune città del Sud come Paleremo, Cagliari e Reggio Calabria).

Figura 2. Come hanno votato 100 elettori che alle politiche del 2013 avevano votato per i partiti della coalizione Monti

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Passando alla principale forza del centrodestra (ossia gli elettori che nel 2013 votarono per il Pdl – vedi figura 3) si può osservare in primo luogo che il partito di Berlusconi perde una quota abbastanza significativa verso l’astensione:  questa non è una novità (già nei precedenti referendum costituzionali le perdita verso l’astensione delle forze politiche guidate da Berlusconi erano state rilevanti). In secondo luogo, si può osservare che la riforma è riuscita a fare breccia nell’elettorato berlusconiano. È una breccia in genere piccola (a Parma, Napoli e Palermo i Pdl pro-riforma sono meno del 20%) ma comunque significativa. E che, in alcune città, arriva anche a proporzioni consistenti: a Brescia i berlusconiani favorevoli alla riforma sono il 36,8% e a Bologna superano il 41%, a Firenze arriva al 44%.

Figura 3. Come hanno votato 100 elettori che alle politiche del 2013 avevano votato Pdl

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Arrivando infine al Movimento 5 stelle, se il referendum sulle trivelle di aprile aveva mostrato segni di un consolidamento di questo elettorato, il referendum costituzionale rivela una compattezza granitica. Le perdite verso l’astensione sono (a parte poche città, come Cagliari, Torino, Bologna e Parma) trascurabili. Ancor di più lo sono i flussi verso il Sì. Quasi unanimemente gli elettori che nel 2013 avevano scelto il partito di Grillo oggi hanno scelto di opporsi alla riforma costituzionale (in sei città su dieci le percentuali sono superiori al 90%).

È molto interessante notare che una delle città in cui i pentastellati (pur rimanendo maggioritariamente contrari alla riforma) si discostano maggiormente da questo pattern è Parma (la città del “caso Pizzarotti”): qui il 67,7% di loro ha votato No, mentre il 17,4% si è astenuto e il 14,9% ha votato Sì.

Figura 4. Come hanno votato 100 elettori che alle politiche del 2013 avevano votato M5s

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Analisi di Rinaldo Vignati

(con la collaborazione di Michelangelo Gentilini, Mario Marino, Roberta A. Maida)

Fondazione di ricerca Istituto Carlo Cattaneo

Tel. 051235599 / 051239766

Nota metodologica

Il mero confronto fra gli stock di voti dei partiti di due elezioni non è sufficiente a spiegare gli spostamenti di voto effettivamente avvenuti, in quanto mascherano i reali flussi di voto che possono anche produrre saldi nulli. L’individuazione dei reali flussi elettorali può avvenire mediante due tecniche. La prima consiste nell’intervistare un campione di elettori sul voto appena dato e sul voto precedente (con i problemi connessi a tutte le forme di sondaggio elettorale, in questo caso aggravati dalle défaillances della memoria e dalla riluttanza degli intervistati ad ammettere il loro eventuale astensionismo). La seconda – ed è la tecnica qui utilizzata – consiste nella stima statistica dei flussi a partire dai risultati di tutte le sezioni elettorali di singole città (la tecnica, detta «modello di Goodman», non è applicabile sull’intero paese, né su aggregati territoriali troppo ampi, ma può essere condotta solo su singole città a partire dai risultati delle sezioni elettorali, assumendo che i flussi elettorali siano stati gli stessi in tutte le sezioni della città, a meno di oscillazioni casuali). L’errore statistico è quantificato dall’indice VR (più è elevato maggiore è l’incertezza della stima) riportato per tutte le città studiate: nella situazione ottimale questo indice deve avere valore inferiore a 15. Nelle città analizzate in questo studio il valore dell’indice VR (“valore redistribuito”) è risultato pari a 1,5 ad Alessandria, a 3,4 a Novara, a 7,2 a Torino, a 4,4 a Brescia, a 3,1 a Padova, a 5,5 a Parma, a 3,6 a Bologna, a 2,7 a Firenze, a 5,3 a Napoli, a 2,0 a Palermo, a 4,1 a Reggio Calabria, a 5,0 a Cagliari. Le città sono state selezionate sulla base della distribuzione geografica e della disponibilità dei dati. Agli uffici elettorali che hanno risposto positivamente alle nostre richieste va il ringraziamento dell’Istituto Cattaneo.

 

 

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Lezioni americane – di Pier Giorgio Ardeni

Si è fatto un gran parlare e con scarsa fantasia giornalistica si è voluto riprendere il titolo di una graziosa raccolta di Italo Calvino che ben altri contenuti aveva. Ma è vero che queste elezioni americane ci hanno dato più di una lezione, per quanto “orribile” il risultato ci possa apparire. Tra le lezioni che impareremo ad apprendere ce ne sono due che vorrei commentare.

La prima suona non più come un campanello d’allarme ma come un vero e proprio rombo di cannone, per la politica e le sorti della democrazia, soprattutto per chi guarda, da sinistra, alla partecipazione come il risultato di una società matura, democratica e pluralista: l’astensione dal voto esercitata come protesta e manifestazione della disillusione.

Trump ha vinto ma non ha stravinto. Ha conquistato la maggioranza dei collegi elettorali – non dei voti – e grazie al meccanismo elettorale ha vinto. Ma ha vinto con margini esigui e soprattutto raccogliendo poco più voti di quanti non ne avesse raccolti il candidato repubblicano nelle scorse elezioni, contro Obama. Anche se i dati sulla partecipazione elettorale non sono ancora ufficiali, l’evidenza drammatica del voto americano è il crollo dell’affluenza al voto. Se 131,5 milioni di americani hanno espresso la loro preferenza, ben 90 milioni si sono astenuti. Hanno votato il 57.9% degli aventi diritto, laddove nel 2012 erano stati il 58.6% e nel 2008 il 61.6%. Clinton ha ottenuto circa 62,8 milioni di voti, mentre Trump ne ha avuti ben un milione e 300 mila in meno. Clinton ha vinto nelle città, Trump nei sobborghi e nelle vaste aree rurali. Guardando al voto per contee, si vede che Clinton ha vinto nelle zone abitate dal 54% della popolazione residente (174 milioni). Isole urbane in un mare di cinture industriali, pianure e zone montane.

Eppure, Clinton ha perso. I collegi elettorali si vincono con la maggioranza, e questo ha fatto Trump. La mappa stato per stato mostra che dei 30 stati che hanno preferito Trump, 17 hanno visto un aumento della partecipazione, mentre dei 21 che hanno preferito Clinton, ben 11 hanno visto un calo. Negli “swing states” (quelli in bilico), Trump ha vinto con maggioranze risicate, ma ha vinto. E il consenso maggiore per Trump è venuto proprio da quelle contee dove la maggioranza è di bianchi non laureati, la white working class (andamento del voto per gruppi tra il 2004 e il 2016, fonte: New Work Times).

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E se neri, ispanici, asiatici e nativi hanno votato en masse per Clinton, è pur vero che è il loro supporto che è drammaticamente calato rispetto a quello che avevano espresso per Obama, come mostra questo grafico (andamento del voto per gruppi tra il 2004 e il 2016, fonte: New Work Times).

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Se il tycoon palazzinaro, uomo dei media e miliardario – proprio come il nostro ex croupier poi assurto a presidente del consiglio più di vent’anni fa – ha catalizzato la rabbia schiumosa della white working class delle rust belts e delle great plains, questa ha avuto la meglio sul voto giovanile, nero, ispanico, femminile delle grandi città dell’est e dell’ovest, scolarizzato, informato, desideroso di avanzamento economico e sul piano dei diritti. Il tycoon non ha stravinto, ha semplicemente vinto, raccogliendo la maggioranza in molti stati grazie al non voto di quei ceti e gruppi sociali che già avevano seguito con una certa speranza Obama e che Hillary Clinton, per la sua appartenenza ad un establishment visto come refrattario ad un cambiamento che già con Obama aveva faticato a manifestarsi, non ha saputo riportare al voto. Non ci hanno creduto, non hanno avuto fiducia e hanno lasciato il campo ai nostalgici della dominazione bianca, dello status quo degli anni che furono. Il non voto di ceti frustrati e disillusi ha dato spazio a quelli che non avevano più avuto voce.

È impressionante soprattutto come il voto giovanile, di giovani bianchi neri e ispanici, con titolo di studio sia calato drasticamente, a fronte di un voto di bianchi, uomini, senza titolo di studio, che è invece cresciuto come mai prima. Il 70 per cento di quelli che hanno votato per il tycoon – secondo un’indagine svolta a caldo – avrebbe dichiarato che “si stava meglio negli anni ‘50” e che quella è stata l’età dell’oro. Quote di giovani che avevano votato per più del 40% per Obama sono scesi sotto il 10%… Certo, la white working class è divenuta maggioritaria. Ma questo è potuto accadere perché la working class composta di neri, ispanici e asiatici, di laureati e white collars è venuta meno, disillusa e nauseata. Il messaggio razzista, misogino, bigotto e revanscista ha avuto la meglio su un messaggio “progressista” ormai svuotato. Hanno detto no in tanti, non sono andati a votare, e così hanno prevalso gli altri. L’America di oggi non è più razzista e misogina di ieri. Ma è un’America dove i giovani, le minoranze, gli immigrati hanno perso fiducia.

Nel 2008, Obama- con la sua travolgente campagna all’insegna del “yes, we can” – aveva ricevuto ben 69,5 milioni di voti, contro i 60 milioni del suo opponente McCain. Ben 8 milioni di votanti democratici non si sono ripresentati all’appello, laddove Trump ne ha ricevuti appena 600 mila in più di Romney. Sono quegli 8 milioni di delusi quelli sui quali ci si deve interrogare oggi. Se c’è da capire cosa è riuscito a promettere il tycoon a quella “maggioranza” che era rimasta silenziosa per decenni, sovrastata da una maggioranza che soprattutto con Obama aveva ritrovato fiducia, è anche vero che c’è da capire perché il messaggio progressista non è passato.

Se non è irrealistico pensare che quelli della white working class saranno i primi a non beneficiare delle eventuali politiche che ne verranno – forse che i repubblicani del congresso si appresteranno a mettere in atto politiche a favore di quei ceti medio-bassi? Ma chi ci crede? – c’è soprattutto da capire che il vero allarme viene dall’astensione di giovani, neri, ispanici, immigrati, musulmani e di ogni altra fede, gente che non vede più nelle politiche dell’establishment la risposta ai loro bisogni e che, forse, solo Bernie Sanders era riuscito parzialmente ad intercettare. Il tycoon non ha vinto di molto ma ha portato a sé una maggioranza retrograda, facendo leva sul razzismo, il desiderio di rivalsa, anti-urbano, anti-culturale, bigotto, anti-storico perfino, del ventre cupo della provincia americana. Clinton, invece, non è riuscita a portare al voto quelli che avevano creduto nelle politiche che non sono venute, che Obama non è riuscito a rendere, quel ceto urbano misto, quelle minoranze che hanno sempre guardato all’America come land of opportunity e che oggi si ritrovano penalizzate da un sistema che le stritola, disilluse.

La seconda lezione – già messa in luce dal referendum inglese sulla Brexit – è che il tema della re-distribuzione, delle diseguaglianze crescenti è divenuto caldissimo e gli esiti del malcontento da questo generati sono evidenti nel consenso che sempre più gli appelli contro una globalizzazione e un primato dell’economia e della legge del capitalismo selvaggio che annienta raccolgono. Se guardiamo a ciò che il trumpismo adombra, troviamo in esso un mix micidiale: contro il libero scambio, contro l’immigrazione, contro il mix culturale, il richiamo ad uno status quo perduto a causa delle forze oscure del mercato, dell’economia che favorisce l’1% contro il 99% che ne è escluso. Non è stata certo la Clinton a raccogliere le forze vive di fasce che aspirano ad un’economia più giusta, che premi il talento quanto il reddito, che difenda i deboli e gli esclusi, che dia ai più sottraendo ai pochi.

Laddove il voto democratico ha prevalso, il reddito medio è più alto, il che vuol dire due cose: che le classi medie o basse o hanno votato per Trump (la white working class) o non sono andate a votare (neri, immigrati, giovani). Chi ha votato per il tycoon vuole ritornare al prima, è vero, è un mix fatto di esclusi, emarginati, senza speranza – lavoratori o ex-lavoratori dei settori “tradizionali” – tanto quanto come chi aveva sperato in Occupy Wall Street o in politiche redistributive e non è tornato a votare. Con la differenza che tra tutti gli esclusi hanno prevalso i più rabbiosi, quelli che credono in una mitica America che non sarà più, mentre quelli che studiano, che vedono le opportunità di un mondo interconnesso e che vorrebbero un’economia più giusta hanno detto no. Non sarà un’economia più giusta, quella che il trumpismo porterà, non sarà certo la re-distribuzione in cima alle priorità. Tra muri metaforici e reali, avremo un mondo in cui ci sarà meno per tutti, per l’insipienza di una classe dirigente che non ha saputo liberarsi del mantra liberistico dello scambio ineguale e della distribuzione iniqua.

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Contro la caverna sondocratica. Perché è giusto abbandonare i sondaggi – di Marco Valbruzzi

 

Avrei dovuto ascoltare il mio piccolo “campione” di studenti americani venuti in Italia a studiare il Bel Paese e a carpire i segreti delle sua grande, ma decadente, bellezza. Tutti rigorosamente bianchi, prevalentemente dell’America costiera (west and east), di famiglia medio-ricca, espressione di quel “mitico” ceto medio che cerca di resistere allo scivolamento progressivo verso un declassamento imposto dall’esterno, da eventi e fenomeni sui quali non ha alcun controllo e influenza. Tra di loro, solo una timida minoranza era disposta a votare per la dynasty clintoniana, espressione plastica di un establishment immutabile e, ai loro giovani occhi, indifendibile.

“Abbiamo pensato troppo agli altri, al mondo al di fuori degli Stati Uniti” – mi raccontava una giovane studentessa californiana, trumpiana di ferro – “ora è arrivato il tempo di rimettere l’America al primo posto: America first”. Magari non sarà così semplice e, probabilmente, rinchiudersi nel proprio recinto federal-nazionale mentre fuori infuria la tempesta perfetta (un mix di perdita di identità, smarrimento cultural-valoriale, polarizzazione delle diseguaglianze e declassamento per quella piccola borghesia incapace di stare al passo del mercato globale) è soltanto un’illusione, un American dream che rischia di trasformarsi nell’American nightmare. Ma questo è il vero significato del voto americano dell’8 novembre e dell’impensabile elezione alla presidenza di un maverick come Donald Trump.

Potevamo prevedere tutto ciò? Potevamo intercettare in anticipo questa trasformazione nella società americana che, peraltro, sotto molti aspetti, assomiglia ai mutamenti già intervenuti (e noti) tra i cittadini della Vecchia, e anch’essa vacillante, Europa? Non so se tutto questo era possibile, ma so di certo che neppure ci abbiamo provato. Nessuno studioso, compresi quelli americani, si è interrogato sulle trasformazioni profonde e sui cambiamenti negli stili di vita, nello status, nelle paure che hanno coinvolto la complessa e variegata società americana. E non lo abbiamo fatto – né noi (europei) né loro (americani) – perché ci siamo affidati totalmente, ciecamente, allo strumento più banale, meno affidabile e più volatile tra quelli che sono in circolazione per studiare quello che davvero ribolle nella società, nella cosiddetta “pancia” del paese. Ci basta l’arma del sondaggio – ecco svelato il mio bersaglio – per fingere di aver capito gli orientamenti e gli umori dei cittadini e per azzardare facili previsioni sul futuro.

Sarebbe troppo facile criticare i sondaggisti e gli esperti di analisi demoscopiche in generale dopo un flop come quello di martedì scorso. Non mi va di sparare sulla Croce Rossa propria ora che, come tanti comandanti Schettino, molti sondaggisti di punta cercano di scappare dalla nave dei sondaggi che affonda. Mi fanno anche un po’ tristezza i tentativi posticci di coloro che provano a difendere l’indifendibile, tentando di nascondere i loro fallimenti dietro la coperta cortissima dei “margini di errore statistico”, facendoci capire che tutto – e il contrario di tutto – era previsto. Lo strumento è ormai chiaramente fallace, totalmente inutile e profondamente deleterio. È chiaro che da domani ripartiranno roundtable, workshop, conferenze e seminari per capire cosa è andato storto, perché il “campionamento probabilistico” non ha funzionato, perché la “stratificazione” socio-demografica era poco calibrata oppure perché il campione “rappresentativo” era, ebbene sì, poco rappresentativo. Affari loro, cioè affare di chi ancora crede che sia possibile capire/prevedere il comportamento di voto e le sue concrete motivazioni grazie ad un sondaggio preparato velocemente allo scopo. E che poi, come la classica ciliegina sulla torta, cerca di spiegarci ex post, sulla base di dati “leggeri” come una piuma, che cosa è concretamente successo nelle elezioni. Mi dispiace, ma non ci credo più.

Il danno vero di questa sondocrazia imperante è che tutti noi – analisti, scienziati sociali, commentatori – abbiamo da tempo ormai smesso di pensare e di indagare la società nel profondo, con tutti gli strumenti che questa “profondità” necessariamente richiede. Ci siamo impigriti intellettualmente perché c’illudevamo che la realtà ci potesse essere rivelata senza fatica e a buon prezzo dai sondaggisti e dalle loro analisi usa-e-getta. Tutto ciò che non è “sondabile” lo abbiamo nascosto sotto il tappeto, accontentandoci di compulsare dati prodotti da analisi demoscopiche che ad ogni tornata elettorale mostrano sempre di più tutti i loro limiti. Ma, nel mettere in luce i loro problemi, illuminano anche i ritardi, le incapacità, le cecità di chi dovrebbe analizzare la società e la politica e, invece, si limita alla superficie, alla punta di un iceberg che si sta trasformando enormemente sotto i nostri occhi. Lo sappiamo che i politici si siano adeguati a questa supremazia del sondaggio, come ci aveva già allertato Giovanni Sartori diversi anni fa. Non è una novità. Nel loro inseguimento perenne del sondaggio del momento e dell’umore istantaneo del cittadino medio, i politici hanno smesso di pensare, non in grande, ma “in lungo”, cioè nel periodo che va un poco al di là della prossima scadenza elettorale o della rilevazione statistica settimanale. Se siamo finiti nel vortice di democrazie irresponsabili, che non sanno più prendersi cura del futuro, una parte di colpa sta anche in questo atteggiamento manicheo con cui la classe politica si rivolge all’oracolo della demoscopia.

Però, la pigrizia dei politici non giustifica quella degli studiosi, che hanno il compito e, forse, anche il dovere, di fare pensieri “lunghi”, di non accontentarsi dei sentiment del momento, ma di analizzare con meticolosità, anche prendendosi il giusto tempo, quello che sta accadendo realmente nella società. Totalmente succubi dei sondaggi, abbiamo subito la dittatura del “qui ed ora”, dimenticandoci che esiste una storia che condiziona l’oggi e che c’è un mondo al di fuori di “qui” che influenza la situazione attuale. Se continueremo ad aspettare che siano i sondaggi(sti) a raccontarci come stanno o andranno le cose, non solo avremo sprecato del tempo invano, ma ancora peggio saremo venuti meno al nostro compito/dovere di spiegare come e perché sta cambiando la società.

A questo punto, è arrivato il momento di fare outing: confesso che è capitato anche a me, in passato, di seguire e organizzare analisi dei comportamenti elettorali attraverso lo strumento del sondaggio. Con risultati, peraltro, in termini sia esplicativi che predittivi, tutt’altro che disprezzabili. Ma oggi non ci credo più; anzi, oggi non mi accontento più. Se vogliamo davvero comprendere quel che succede nella società, dobbiamo ribaltare il nostro modo di fare ricerca, anticipando e non aspettando golosamente i risultati dei sondaggi, più o meno quotidiani. Insomma, fidatevi: usciamo dalla “caverna sondocratica” e torniamo a osservare la realtà coi nostri occhi e coi nostri strumenti. Magari scopriremo che non è poi così insondabile come ci hanno fin qui raccontato.

Marco Valbruzzi

Cambio sede

Comunichiamo che l’Istituto Cattaneo rimarrà chiuso il giorno del 31 ottobre e siamo lieti di comunicare che da mercoledì 2 novembre la sede sarà operativa al nuovo indirizzo di via Guido Reni 5 (laterale di Strada Maggiore)

“Il ridicolo delle cose serie” di Maurizio Morini

Come discutere di cosa è ridicolo oggi? In questi giorni, ad esempio, due sono le alternative al riguardo. Da una parte le polemiche scaturite dalle vignette infelici di qualche disegnatore satirico, dall’altra le affermazioni, consentitemi, spesso ridicole riportate dai giornali su temi estremamente seri.

Il dibattito sul primo argomento non mi appassiona, e lascio ai fustigatori professionisti, invero in buona parte ondivaghi nel tempo, le valutazioni in merito.

Invece il secondo tema, anzi meta-tema, è assolutamente insostenibile, a mio avviso. Da tempo chi opera con l’economia reale e l’analisi economica si rende conto di quanto tutto sia strumentalizzabile. Occupati ed inoccupati, PIL e frenate, risultati di interi settori bloccati dall’assenza di logica sistemica (vogliamo parlare del turismo in super-distretti cruciali come la Romagna?), su queste tematiche ogni argomento porta a pareri i più disparati pur partendo dalle stesse informazioni di base.

Pluralismo delle opinioni, certo. Cuore della democrazia. Del resto come farebbero gli Scanzi, i Travaglio, i Gasparri, i Salvini, i Carbone, ad avere spazio mediatico se ciò non fosse consentito? Recentemente ho sentito un giornalista noto, in TV, affermare: “L’Istat certifica: il PIL a Zero!”. Ohibò! Ha scambiato il PIL assoluto con la sua variazione!! Invero non è banale come errore…

Però culturalmente c’è un limite, ed è quello delle complete assurdità. Dei nessi causa-effetto ribaltati o semplicemente scon-nessi. Dell’informazione banalizzata, consciamente o (forse peggio ancora) inconsciamente.

Ecco un titolo dal Corriere della Sera di metà agosto: Storchi, Federmeccanica, “Giù le tasse per aumentare la produttività”.

Fermiamoci al titolo, come fanno il 70% dei lettori dei giornali.

Ohibò ohibò! Da quando in qua tasse e produttività sono collegate in maniera inversamente proporzionale?

Se usassimo il buon senso, diremmo che piuttosto dovrebbe essere vero il contrario. Ad un aumento di imposizione fiscale si dovrebbe reagire con un aumento di produttività per provare ad ottenere un miglior risultato dalla singola operazione economica e quindi aumentare, obtorto collo, il reddito post tasse, per mantenere il ROI netto ad un determinato livello.

In realtà, le due “variabili economiche” (una di politica economica – le tasse, una di economia politica – la produttività”) non sono a priori collegabili in alcun modo diretto. La produttività è frutto di un rapporto tra un output di prodotto/servizio/semilavorato in un periodo di tempo ed un input di risorse (che serve per originare quell’output) sulle quali misurare la produttività stessa. La produttività delle vendite per ora lavorata, per esempio, è data dal rapporto (valore vendite/ore totali lavorate), valido per unità operative specifiche; e così via.

Però si sta facendo veramente una gran confusione a questo riguardo. L’Istat parla di misure della produttività e poi declina la produttività per ora lavorata, com’è giusto che sia. Ma per altri la produttività è diventato un meta-concetto, un insieme di varie situazione interagenti tra di loro, tra le quali l’efficacia della pubblica amministrazione, ed altri aspetti. In realtà, trattandosi di un risultato di un rapporto matematico, la produttività concettualmente non può essere il risultato di combinazioni di fattori non omogenei tra loro; la produttività è un fatto specifico, relativo al lavoro e alle sue quantità, alle persone che operano, al capitale immesso, al numero di attività input inserite nel sistema. Ed il suo eventuale aggregato, molto calibrato e ponderato, va spiegato nel contesto di un modello formalmente strutturato e non lasco (ed improbabile se non addirittura grottesco).

Intendo chiarire un altro aspetto. Io non sono un teorico della produttività a tutti i costi. Preferisco indicatori come il reddito netto assoluto, oppure il throughput (valore del flusso di trasformazione al netto dei costi di realizzazione).

Mi spiego con un esempio di vita vissuta. Negli anni Novanta, operando in impresa dirigevo la divisione probabilmente più profittevole nel nostro settore d’attività a livello nazionale, ambito distribuzione alimentare. Non avevamo la migliore produttività per ora lavorata, o per addetto attivo, ma il livello di servizio che fornivamo ai clienti portava a volumi e valori di vendite molto alti. Rispetto ai costi operativi globali, eravamo leader. Poi subentrò una corrente di pensiero che sosteneva la tesi della produttività delle ore lavorate a tutti i costi, e con quali scelte? Ridurre le ore lavorate. Risultato? La diminuzione del servizio, con conseguente disaffezione della clientela, diminuzione delle vendite, e riduzione del risultato rispetto ai costi operativi.

Thomas Piketty, nel suo monumentale lavoro sul Capitale del 21° secolo, ci ha dimostrato come una diminuzione di tasse senza adeguate scelte di riferimento in termini di politica economica corre il rischio di portare solamente ad un aumento della rendita di capitale e di conseguenza produrre ulteriore diseguaglianza sociale.

Voglio assegnare al rappresentante di Federmeccanica e a tutti gli altri che si esprimono su questi concetti in maniera “politica” la buona fede e segnalo la possibilità che il titolo dell’articolo non rappresenti il pensiero dello stesso. Però almeno il giornalista dovrebbe avere chiari i concetti base di questi argomenti, ed esprimersi per contribuire a fare chiarezza nei lettori.

Signori, il ridicolo impera, in un contesto di culture frantumate, ideologie dissolte, valori spezzati, leadership a volte imbarazzanti (gli USA potrebbero esserne esempio massimo tra poco). E di conseguenza, se non facciamo chiarezza tra significato e significante, ci capiremo sempre meno.

La torre di Babele non pare troppo lontana. La Leggenda potrebbe diventare Storia. Ma cos’è la Storia? E il pensiero non può che correre ad Hegel, rammentando che la Storia ci insegna che (purtroppo dico io) la Storia non insegna niente a nessuno.

 

Maurizio Morini

La Br-exit una sorpresa? E’ la UE a dover cambiare

Il Blog del Cattaneo è stato creato per favorire il confronto e il dibattito aperto.
I contributi qui ospitati, dei nostri studiosi e collaboratori, non riflettono in alcun modo le opinioni dell’Istituto, e vogliono essere uno stimolo alla discussione.
Cominciamo con un commento del Presidente, a caldo, sul risultato del referendum britannico.

La Br-exit una sorpresa? E’ la UE a dover cambiare
di Pier Giorgio Ardeni

Credo che sarebbe sbagliato considerare il risultato del referendum britannico una sorpresa.
Da molto tempo i sentimenti anti-europeisti tendono a prevalere nella pancia e nel cuore dei cittadini europei.
Paura e incertezza prevalgono quando di fronte alle turbolenze i governanti non sanno tracciare la rotta ed indicare soluzioni.
Dopo la crisi finanziaria del 2008, la UE ed i suoi governanti hanno reagito con cecità ed inerzia, assumendo posizioni che via via sono risultate sbagliate, continuando a balbettare che “la ricetta era quella giusta”, reiterando decisioni che hanno finito solo per aumentare lo iato tra governo e popolo che ha prodotto l’euro-scetticismo ora vincente.
Se è vero che il Regno Unito ha sempre fatto storia a sé, ed il suo ruolo nella UE è sempre stato “speciale”, è anche vero che quanto prodottosi in Gran Bretagna non è per niente diverso da quanto si sta già producendo negli altri paesi dell’Unione.
L’analisi ci dirà come si è articolato il voto per il Leave e come questo ha sconfitto il Remain, ma è chiaro che l’onda euro-scettica ha preso maggiormente terreno nel ventre molle della società che più negli ultimi anni si è sentita esposta e fragile e che più ha sentito di pagare il prezzo delle politiche portate avanti da Bruxelles. La mappa del voto britannico mette in luce come nelle periferie e nelle zone (ex) operaie e rurali il voto è stato visto come un NO alle politiche dell’Unione. Certo, in Scozia e Irlanda del Nord hanno prevalso le tendenze anti-centralistiche britanniche, premiando il Remain per dare un freno al centralismo londinese, ma è chiaro che il Leave ha pescato nei sentimenti anti-governativi delle classi medio-basse (gli adulti e anziani, soprattutto) che si sono viste minacciate dalle politiche europee (e da quanto da queste rappresentato).

Ma non era già venuto un segnale dalle elezioni europee del 2014? L’ostinazione con la quale la UE, dopo la crisi del 2008, ha portato avanti la ricetta del consolidamento fiscale, chiamato anche austerity, ha solo favorito lo scollamento anti-europeista. Per fasce di popolazione che negli anni hanno visto lo smantellamento progressivo dello stato sociale – un tempo gioiello del “modello europeo” – unitosi alla balbettante e miope politica dell’immigrazione – che senza dare risposte al dramma umanitario ha scaricato gli oneri dell’integrazione sulla società lasciata alla briglia sciolta del liberismo succube di globalizzazione e mercati finanziari – l’Unione Europea ha finito per diventare simbolo e segno di qualcosa che non va più e di cui bisogna liberarsi.
Invece di politiche espansive, in una fase di calo dei consumi e della domanda e di inaridimento del risparmio delle famiglie vittime di mercati finanziari stressati, l’Unione si è ostinata nelle politiche che altrove, in molti, decidevano di abbandonare. Cosa aspettarsi dunque?
Il problema che abbiamo di fronte è che i governanti sulla scena oggi mostrano orizzonti ristretti e mancanza di visione. Un classe politica cresciuta senza “ideali” né visione è andata al potere negli ultimi lustri sull’onda alta della “new economy” e della globalizzazione, rottamando qua e là “statalismo”, “tradizione” e “consociativismo”, sposando il mantra del libero mercato e della caduta delle frontiere e delle ideologie. Le frontiere sono cadute per i capitali, le delocalizzazioni e le deindustrializzazioni hanno marciato, per poi ritrovarci le masse dei disoccupati, dei precari e precarizzati, degli esodati, degli adulti e anziani demotivati ed espulsi, dei derelitti, diseredati e spossessati, rifugiati in fuga dai dissesti provocati dalle guerre nelle quali l’Europa (e la stessa UK) non erano stati certo indifferenti spettatori. Il corpo dei funzionari, consulenti e “tecnici” della UE ha finito per guidare politici di piccoli calibro nell’adozione di ricette astratte, smentite altrove e dai fatti, mandandoli avanti a reggere una parte che da attori di secondo rango non hanno saputo interpretare.
Se oggi i Mitterand, i Kohl e persino i Delors ci sembrano giganti che avevano avuto visione è perché i modesti leader odierni sono assurti a ruoli che hanno potuto occupare per la latitanza del pensiero e della proposta. Il pensiero unico ha prodotto questi guasti. Le sinistre hanno perso l’orizzonte riformista welfarista di un tempo, schiacciate sul mercato, le destre quello compassionevole e competitivo, dimenticandosi della mobilità sociale, schiacciate sul libero mercato falsamente meritocratico.

Se oggi guardiamo sbigottiti al See EU later dicendoci che, in fondo, saranno loro (i britannici) a pagare, soprattutto, domani potremo trovarci di fronte all’addio collettivo, per aver lasciato un progetto politico in mano ai contabili poco istruiti e ancor meno saggi che hanno guidato i nostri piccoli leader della democrazia personalizzata e lontana dagli ideali e dai bisogni delle classi popolari e medie, attenti più alle esigenze dei “top incomes” e dei mercati finanziari che non a quelle delle classi polarizzate dalle diseguaglianze crescenti. Che la UE cambi passo, ora, prima che sia troppo tardi.  Senza lamentarci dei populismi cui bisognerebbe rispondere con più “riforme”: e se ci fosse bisogno di un’Unione più vicina alle classi popolari e medie?

Brexit

Pier Giorgio Ardeni
Professor of Political Economy and Development Economics
Department of Economics – University of Bologna
Strada Maggiore 45 – 40125 Bologna Italy
Tel +39051-209-2649 – Fax +39051-209-2664
Presidente della Fondazione di ricerca Istituto Carlo Cattaneo

Il Cattaneo è autonomo e indipendente

L’Istituto Cattaneo è una Fondazione di ricerca privata e auto-finanziata, indipendente e autonoma e non è un think tank politico.

I contributi che esso riceve come elargizioni liberali da privati e imprese sono, vale la pena dire, una parte minima del bilancio corrente (attualmente inferiore al 5%).  I finanziamenti di cui dispone l’Istituto provengono per lo più da bandi pubblici, nazionali o europei, cui l’Istituto partecipa concorrendo liberamente grazie alle competenze e ai ricercatori che vi collaborano. L’Istituto ha ricevuto in passato contributi delle Amministrazioni Regionali o dei Ministeri, grazie alle normative vigenti sui finanziamenti pubblici alle Fondazioni culturali. Di nessun favore, in ogni caso, esso si giova né di contributi elargiti su base nominale.

Il Comitato Scientifico della Fondazione raccoglie studiosi riconosciuti nelle loro discipline che contribuiscono alle attività di studio e di ricerca dell’Istituto. Se alcuni di essi hanno ricoperto o ricoprono incarichi istituzionali o politici non è certamente motivo di esclusione o demerito. In ogni caso, il loro contributo viene discusso dai ricercatori e dai membri tutti, per garantire l’indipendenza che ha sempre caratterizzato l’attività dell’Istituto e che è stata per noi garanzia di competenza, serietà e professionalità.

Le attività di ricerca dell’Istituto spaziano dagli studi politici ed elettorali a quelli sull’immigrazione, le diseguaglianze e il capitale sociale e gli altri temi rilevanti della ricerca sociale. Certamente, anche nella ricerca scientifica su temi lontani dalla contesa politica immediata ogni scelta è discutibile e va perciò discussa. Le nostre analisi, a questo riguardo, non sfuggono a questa regola. Ciò che ritentiamo importante è che per ogni risultato presentato siano rese note tutte le informazioni che sono alla base delle conclusioni raggiunte. Se non vogliamo qui contestare la legittimità di ogni opinione contraria e difforme dalla nostra, su un punto vorremmo che non vi fossero incertezze: dietro alle nostre analisi non sta alcuna posizione politica pregiudiziale o di parte. Tutta la nostra storia può dimostrarlo.

Le ultime elezioni e l’analisi dei risultati ci prestano il fianco alle critiche di alcuni, come gli esponenti del M5S. Nelle elezioni precedenti furono alcuni esponenti del PD a criticarci, per le medesime e speculari ragioni. Ogni risultato di analisi è opinabile, ma non va discussa la nostra indipendenza ed autonomia.

L’unica scelta che ci impegna è quella di offrire alle vicende sociali del Paese il contributo della conoscenza, perché è solo dall’analisi approfondita della realtà sociale che può venire un miglioramento della qualità della democrazia e della vita del Paese.

 

Il Presidente Pier Giorgio Ardeni

Comunali 2016 a Cagliari: i flussi elettorali

La conferma al primo turno di Zedda è frutto della sua capacità di “fare il pieno” tra gli elettorati dei partiti che lo sostengono mentre conquista quote di voti anche nei partiti degli altri schieramenti. Gli elettori della sinistra in larga maggioranza confermano il voto a Zedda, così come gli elettori del Pd (che però perdono un flusso non trascurabile verso l’astensione, il 4,3% del corpo elettorale).

Nel capoluogo sardo, l’elettorato del Movimento 5 stelle si rivela poco “fedele”. Si osservano infatti flussi che dal partito fondato da Grillo vanno sia verso Zedda (il 3,9% del corpo elettorale), sia verso il candidato del centrodestra Massida (il 5% del corpo elettorale), sia infine verso l’astensione (il 5,7% del corpo elettorale).

 

Tab. 7 Flussi di voto tra le elezioni politiche 2013 e le elezioni comunali 2016, Cagliari (flussi sul totale, 100 =tutti gli elettori, compresi i non votanti)

  SX CSX CEN CDX LN FDI M5S Altri Ast TOT
Zedda(CSX) 4,0 11,7 4,1 2,7 3,9 0,6 2,1
Massida(CDX) 0,6 1,9 9,5 1,0 5,0 0,6
Martinez(M5S) 0,9 4,1
Altri 1,1 0,6 1,0 1,5
Astenuti 0,9 4,3 3,3 5,7 0,9 26,7
TOT 100,0

Nota: sono indicati solo i flussi superiori a 0,5.

 

A cura di Rinaldo Vignati (340-3758112), con Pasquale Colloca, Michelangelo Gentilini, Mario Marino, Marta Regalia, Marco Valbruzzi.

Fondazione di ricerca Istituto Carlo Cattaneo

Tel. 051235599 / 051239766

Sito web: www.cattaneo.org

Comunali 2016 a Salerno: i flussi elettorali

Salerno è un caso molto particolare. Qui il vincitore (Vincenzo Napoli), esponente del centrosinistra, si è imposto a mani basse, surclassando con il suo 70,5% tutti i suoi avversari. I flussi evidenziano dunque la capacità di questo candidato di conquistare voti da tutti gli schieramenti, oltre che dal Pd. Gli elettori del Movimento 5 stelle, in queste elezioni privi di un loro candidato, si dirigono in massa verso Vincenzo Napoli.

 

Tab. 6 Flussi di voto tra le elezioni politiche 2013 e le elezioni comunali 2016, Salerno (flussi sul totale, 100 =tutti gli elettori, compresi i non votanti)

  SX CSX CEN CDX FDI M5S ALT AST TOT.
Cammarota 1,1 1,1
Napoli (CSX) 14,2 1,9 7,0 13,5 0,6 7,4
Celano (Cdx) 2,4 2,5 0,5 0,5
Santoro 0,6 1,8
Altri 1,6 0,9 1,2 2,0
Astenuti 2,5 2,1 4,5 5,4 1,7 0,6 20,1
TOT 100

Nota: sono indicati solo i flussi superiori a 0,5.

 

A cura di Rinaldo Vignati (340-3758112), con Pasquale Colloca, Michelangelo Gentilini, Mario Marino, Marta Regalia, Marco Valbruzzi.

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Comunali 2016 a Napoli: i flussi elettorali

 

La peculiarità di Napoli è data dalla presenza di un candidato come De Magistris, estraneo rispetto alle principali forze politiche nazionali. Tale estraneità innesca dinamiche elettorali originali. In particolare l’analisi dei flussi rivela che l’elettorato del M5s ha optato per De Magistris in misura più consistente di quanto non abbia fatto per il candidato “grillino” Brambilla (sul sindaco uscente converge una quota di elettori “grillini” pari al 6,2% del corpo elettorale, mentre Brambilla è scelto da una quota pari al 3,5%). In generale, il voto per De Magistris evidenzia una notevole “trasversalità”: verso di lui si dirigono, non solo i citati elettori del M5s, ma anche gli elettori che nel 2013 avevano scelto i partiti di sinistra (il 4,3% del corpo elettorale), il Pd (il 5,4% del corpo elettorale) e anche il centrodestra (il 2,3% del corpo elettorale).

La candidata del centrosinistra Valente mostra al contrario la sua debolezza nell’incapacità di tenere serrate le proprie fila (oltre al flusso verso De Magistris, l’elettorato Pd perde una quota importante di voti (pari al 4,4% del corpo elettorale) a favore dell’astensione.

È da notare peraltro che la stessa candidata conquista una quota di voti pari al 2,2% del corpo elettorale tra gli elettori della coalizione di centro-destra.

Tra questi, la quota più significativa (5,7% del corpo elettorale) preferisce l’astensione. Il 5,4% si dirige su Lettieri e quote già citate compiono il salto verso la candidata di centrosinistra o verso il sindaco uscente.

 

 

Tab. 5 Flussi di voto tra le elezioni politiche 2013 e le elezioni comunali 2016, Napoli (flussi sul totale, 100 =tutti gli elettori, compresi i non votanti)

  SX CSX CEN CDX LN FDI M5S ALT AST TOT
De Magistris (Sx) 4,3 5,4 1,5 2,3 6,2
Valente (Csx) 4,2 0,1 2,1 3
Lettieri (Cdx) 1,2 5,5 0,7 1,3 2,7
Brambilla (M5s) 0,5 3,5
Altri 0,5
Astenuti 0,6 4,4 2,4 5,7 3,1 0,6 35,3
TOT 100

Nota: sono indicati solo i flussi superiori a 0,5.

 

 

A cura di Rinaldo Vignati (340-3758112), con Pasquale Colloca, Michelangelo Gentilini, Mario Marino, Marta Regalia, Marco Valbruzzi.

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