Avviso ai nuovi governanti: il paese non può attendere

di Pier Giorgio Ardeni, 11 settembre 2019

Ora che in molti hanno tirato un respiro di sollievo per aver fermato “l’onda sovranista”, il nuovo governa si appresta a salpare per il mare aperto con la nave Italia più alla deriva che mai. Magari cala lo spread, le borse festeggiano e l’Europa brinda, ma i problemi sono tutti lì, esattamente come lo erano 18 mesi fa, quando il paese fu chiamato alle urne ed espresse le sue preferenze. Se il matrimonio tra 5 Stelle e Partito democratico è nato per “convenienza”, è pur vero che sulla carta – quella sulla quale vengono stilati i famigerati “programmi” – i due partiti condividono molti punti, come ha anche mostrato una recente analisi dell’Istituto Cattaneo. Tuttavia, il nuovo esecutivo è nato dopo una brusca interruzione di un precedente governo nato anch’esso da un matrimonio di convenienza tra due formazioni che avevano stilato una lista di desiderata reciproci sulle quali poi, eventualmente, mettersi d’accordo in corso d’opera.  Se all’indomani del voto del 4 marzo, il M5S aveva avanzato le sue offerte a destra e a sinistra affermando di voler poi andare a governare “con chi ci stava” – e sappiamo come il Pd aveva reagito a tale profferta – è anche vero che oggi le cose paiono essere cambiate. I due ex-partner di governo, dopo 14 mesi burrascosi in cui i 5S hanno preso un ceffone dopo l’altro, risultando i più deboli nel sostenere una loro linea e perdendo progressivamente consensi, si sono divisi quasi senza convinzione, come svogliatamente si erano accoppiati. E il Pd, che tra popcorn aventiniani e soul-searching nel buio di una pressoché totale mancanza di orizzonti si è ritrovato a “cogliere l’attimo” risvegliando i suoi istinti governisti.

Il fatto è che né da parte dei 5 Stelle né da parte del Pd l’approdo a questo nuovo governo è nato da una riflessione strategica o tanto meno da un’analisi del come e perché si era arrivati fin qui. Su tutto, hanno prevalso due preoccupazioni: quella di non “consegnare il paese” a Salvini e quella di non dover mandare a casa un bel numero di parlamentari che non avrebbe trovato posto, forse, nel prossimo parlamento. I 14 mesi di governo lega-stellato hanno prodotto ben poco, lasciando il paese quasi come lo avevano trovato, anzi più rancoroso e confuso, se possibile, con un’economia non più ferma, in folle, ma addirittura in panne, una società dilaniata dalla mancanza di senso e prospettiva, dai localismi difensivi e dalle fughe (in avanti e verso l’estero). Caduto il governo, per l’inopinata mossa salviniana, i dirigenti dei 5 Stelle non hanno espresso alcuna valutazione di quanto fatto, se non qualche rimpianto, e hanno fatto così leva sulle loro “radici”, ripescando parole d’ordine e indirizzi d’un tempo (per quel poco che si può schiumare dal bailamme dei social). Persino Grillo, per salvare il salvabile di un Movimento ormai preda dei meccanismi corrosivi del potere e sotto la guida di un’azienda opaca, ha parlato di opportunità, ricorrendo a suggestioni ideali e motivazionali. Ma non vi è stata – da parte dei 5 Stelle – quella disamina che sarebbe stata necessaria per capire cosa non avesse funzionato e in che direzione andare, ora.

Il Pd, da parte sua, non ha mai veramente fatto i conti con il declino del consenso che, dalle elezioni europee del 2014 in avanti, ha caratterizzato la sua azione di governo. La lettura è stata, una volta di più, personalistica, come se ogni problema del Pd fosse dovuto a Renzi, senza invece guardare alle cause più profonde, al perché enormi fasce di elettori e intere aree del paese non si fossero più ritrovate nelle politiche perseguite, nel sentire comune, nell’azione di governo.

Il 4 marzo ha, più di ogni altra cosa, fatto emergere il disagio del paese, in tutte le sue stratificazioni. Non sarà un governo “giallo-rosso” (o, meglio, demo-stellato) a far sparire in un colpo le periferie abbandonate, i sobborghi degradati, il sottosviluppo del nuovo proletariato urbano in cui starnazza l’estremismo di Casa Pound, il precariato giovanile diffuso, un tessuto industriale slabbrato, tra crisi industriali ingestibili e richieste di ancor meno “lacci e lacciuoli”, le emergenze sociali crescenti nascoste dietro alle “eccellenze” del made in Italy. Ci siamo scandalizzati per i porti chiusi alle ONG cariche di poche decine di disperati e abbiamo guardato con angoscia al razzismo crescente, al degrado civile, all’incattivirsi della vita pubblica. Ma il lato oscuro dell’Italia alla deriva è rimasto sotto traccia, inascoltato, e il suo richiamo disperato ora tornerà a farsi sentire.

Per un governo che aveva annunciato di avere “cancellato” la povertà, oggi sappiamo che ancora a fine 2018 ben 5 milioni di residenti in Italia vivevano in condizione di povertà assoluta e ben 9 milioni in povertà relativa. Le disuguaglianze nella distribuzione del reddito non sono mutate – siamo ancora uno dei paesi europei con i tassi di disuguaglianza più alti – così come altissima resta la disoccupazione giovanile, mentre il tasso di occupazione pur leggermente in aumento è tra i più bassi del mondo avanzato. I divari territoriali sono ancora lì, immutati se non peggiorati, il nostro Meridione resta il Sud dell’Europa, lontano dai sentieri di sviluppo parzialmente virtuosi delle regioni del Nord.

Il voto del 4 marzo – come un termometro – aveva segnalato una febbre nel corpo vivo del paese. E se paternalisticamente si era letto lo spostamento dell’elettorato da sinistra verso Lega e 5 Stelle come un’ingenua adesione alle sirene “populiste” di un assistenzialismo diffuso al Sud e nelle periferie metropolitane e di un protezionismo sovranista al Nord, quel voto aveva espresso un malcontento, un disagio esteso. L’Europa dell’austerity è stata incolpata di tutti i mali – dagli uni come dagli altri – ma il fatto è che le disuguaglianze, ad esempio, non sono da attribuirsi alla mancanza di politiche di redistribuzione e trasferimenti, che pure ci sono state, ma alle distorsioni sui mercati, a monte, nelle retribuzioni, nei redditi da capitale e da lavoro, nei livelli delle retribuzioni, nelle code basse e alte della distribuzione. Un paese fermo, senza mobilità sociale, con un sistema scolastico classista, in cui non solo è l’economia a non crescere più – ma come potrebbe, quando non si investe in ricerca, innovazione e sviluppo? – ma è la società intera a non progredire (analfabetismo funzionale diffusissimo, accesso alle professioni bloccato, livelli salariali fermi, e via dicendo). Il Partito democratico aveva perso consensi – a favore di 5 Stelle e Lega – perché non aveva saputo “farsi carico” (o così è stato percepito) nei territori dei problemi di un corpo sociale che ha finito per prendere per buone le promesse anti-globaliste e protezionistiche, le promesse di assistenza del reddito per tutti, senza che nessuno, com’è ovvio, si fosse preoccupato di andare ad aggredire, a monte, le ragioni di tante disfunzioni.

Oggi, per quel che i dati ci possono dire, 18 mesi dopo, siamo di nuovo punto e da capo. Gli ultimi numeri ci parlano ancora di altissimi livelli di povertà, di disuguaglianze che non calano, di divari territoriali più ampi che mai, di un’Italia poco istruita, in ritardo (è di oggi l’uscita dell’ultimo report del’OECD Education at a glance 2019). Il programma del governo – messo insieme in fretta per rispettare i tempi – non pare andare a mettere in discussione i precetti di un’azione di direzione che ha già mostrato tutti i suoi limiti. Si punta alle leve fiscali, si parla di innovazione, ma non si mette in discussione il principio che la crescita sarà la marea che “farà salire tutte le barche”. Certo, sembra prevalere un certo desiderio di “radicalità”, ma il rischio è che resti desiderio e che passati i primi tre mesi si torni nel moderatismo di politiche che non mettono in discussione nessuno dei paradigmi consacrati. Ma i “perdenti” della globalizzazione, come i giovani che non trovano sbocchi se non nel precariato o nell’emigrazione che il 4 marzo si erano rivolti altrove troveranno nuove risposte? Il paese non può attendere: l’onda sovranista potrà essere fermata solo ripensando a fondo quelle politiche, prendendo di petto il problema demografico (con consistenti aiuti alle giovani coppie e politiche di immigrazione controllata) e il modello di sviluppo – investimenti sì, ma non in grandi opere! Rimettiamo a posto la casa dove abitiamo, che sta crollando, il territorio, le strade, le scuole e gli ospedali, curiamoci dell’ambiente, diamo un senso e una prospettiva alle giovani generazioni, e, come ci ricordano oggi Fabrizio Barca e Andrea Morniroli su Repubblica, ricordiamoci di dare una risposta ai più fragili.