Gli italiani e l’Europa (3) – Davvero un referendum pro o contro l’Europa?

di Pier Giorgio Ardeni, 20 maggio 2019

Da più parti, negli ultimi tempi, ci viene detto che queste elezioni saranno un referendum pro o contro l’Europa – si veda ad esempio la copertina dell’Espresso di domenica 19 maggio – e che l’elettorato sia polarizzato. Se, è vero, partiti e movimenti di destra ne vogliono fare un referendum sull’immigrazione (o su come l’UE ha affrontato la questione), è anche vero che partiti e movimenti progressisti ne fanno un referendum sulla sopravvivenza stessa dell’Unione Europea. In altre parole, ci viene detto, ci troviamo di fronte ad una guerra tra due fronti opposti: populisti-nazionalisti contro europeisti convinti. Ma è proprio così? Il fatto è che, a poche settimane dal voto, i sondaggi ci informano che come le elezioni vengono descritte dai media e dai politici è molto lontano da ciò che gli elettori pensano. Infatti, gli elettori non hanno propriamente un’idea chiara, ed è questo che emerge soprattutto: gli “indecisi”, gli “indifferenti” sono ancora la maggioranza.

Un recente studio pubblicato dall’European Council of Foreign Relations (ECFR), basato su di un sondaggio svolto da YouGov in tutti i paesi europei, mostra infatti che se è vero che gli elettori vogliono tutti, in qualche modo, che le cose cambino, tale desiderio si manifesta in molti modi diversi e lungo linee non solo nazionali, e non solo lungo la opposizione tra nazionalisti e europeisti. Lo studio dell’ECFR è stato citato da alcuni giornali italiani, ma è passato per lo più inosservato e vale quindi la pena riprenderlo.

Recenti elezioni locali o nazionali in vari paesi hanno dato luogo a risultati diversi, ma non sempre nella direzione descritta dai media. Il voto, per lo più, ha espresso un convinto rifiuto dello status quo. E lo rifletterà anche nel caso delle elezioni europee. Un po’ ovunque si hanno spostamenti da destra a sinistra, dai populisti-nazionalisti agli europeisti e viceversa. Il fatto è che l’indecisione riflette due tendenze: un disagio per come vanno le cose e una certa forma di nostalgia per come le cose erano fino a qualche tempo fa. A destra, si ha nostalgia per quei bei tempi andati quando i nostri paesi erano “etnicamente omogenei” (come se lo fossero davvero mai stati) mentre a sinistra si lamenta la perdita di quell’Europa “sociale” e progressista che rappresentava il futuro dell’integrazione europea (l’Europa dell’uguaglianza e dello stato sociale, non l’Europa delle banche e dell’austerity). Come ha sottolineato Ivan Krastev sul New York Times, «Gli elettori europei sembrano essere divisi tra il loro desiderio di cambiamento e la loro nostalgia per il passato. L’Europa non è divisa tra coloro che credono a Bruxelles e quelli che credono nei loro stati-nazione – la maggioranza degli europei è ancora composta da chi è scettico sia sull’Unione Europea che sullo stato-nazione – ma è in gran parte unita in coloro che temono che ieri fosse meglio di oggi ma oggi sarà migliore di domani

Ciò che lo studio dello ECFR mostra è che gli elettori non si aspettano il cambiamento né dalla destra né dalla sinistra (radicali), ma quel cambiamento lo vogliono, e non sanno chi scegliere. Il rapporto dello ECFR è interessante perché mostra come vi siano tendenze che vengono sopravvalutate dai media e dai politici e come gli elettori, anche in Italia, la pensino diversamente. In particolare, il rapporto sottolinea come si siano venute affermando cinque idee (“miti”) fuorvianti sulla politica europea che hanno incanalato il dibattito su linee morte, ma che verranno smentite dal voto.

Il primo mito è che queste elezioni confermerebbero il passaggio dai partiti alle “tribù” in Europa, come già in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. I vecchi partiti, il cui consenso era basato sulla classe e l’appartenenza ideologica, sarebbero stati superati da partiti “tribali”, dove il voto esprime un’appartenenza “identitaria”. Il secondo mito è che il vecchio divario sinistra-destra sta cedendo il passo a una divisione tra europeisti e nazionalisti – tra i sostenitori di un’Europa aperta o chiusa. L’esperienza di Macron nel secondo turno delle elezioni presidenziali francesi ha contribuito all’emergere di questo mito. In terzo luogo, la continua forza di Orbán (e di Salvini) ha generato l’idea che l’elezione del Parlamento europeo sarà un referendum sull’immigrazione, con la conseguente offerta da parte dei politici di costruire più muri. Orbán è anche responsabile del quarto mito – di una crescente divisione tra un’Europa orientale illiberale, anti-migrazione e un’Europa occidentale che sostiene i valori dell’UE. Infine, c’è un mito persistente secondo cui il voto è destinato ad essere un affare prevalentemente nazionale, a bassa affluenza, che non ha aspetti transnazionali o paneuropei.

In Italia, come in Europa, il voto sembra esprimere più un desiderio di ottenere una risposta a questioni ritenute rilevanti, più che un’appartenenza identitaria. La maggioranza degli elettori, infatti, identifica problemi rilevanti – l’immigrazione, la disoccupazione e l’economia – più che l’appartenenza come motivazione per il voto. Anche sulla divisione tra europeisti e nazionalisti gli italiani non sono troppo diversi dai loro concittadini europei. La maggioranza risponde infatti che condivide l’affermazione che “essere europeo è più importante che essere cittadino del mio paese” (Fig. 1).

Fig. 1. Fonte: European Council of Foreign Relations, What European really want: five myths debunked, April 2019.

Il divario rilevante – nell’elettorato italiano e tra gli italiani e gli europei – è tra chi crede nell’Europa così com’è e chi vorrebbe cambiarla, in direzioni diverse. Il rapporto ECFR suddivide gli elettori in quattro gruppi: 1) chi crede nel sistema, ovvero chi pensa che il voto contribuirà a far sì che la UE imposti le politiche giuste sia per l’Europa che per il proprio paese; 2) chi ha perso la speranza, ovvero non crede né nelle politiche della UE né in quelle nazionali (com’è il caso dei gilet jaunes); 3) chi spera in un’Europa federale che superi gli stati-nazione che sono solo un vincolo ad una società più giusta; 4) chi vuole tornare agli stati indipendenti e “sovrani”, nell’idea che l’UE non sia altro che un limite allo sviluppo.

A livello europeo, i primi rappresentano il 24% degli elettori, i secondi costituiscono il 38% dell’elettorato, i terzi il 24% e i quarti il 14%. E in Italia? La grande maggioranza è data da chi “ha perso ogni speranza” – sono il 49% – mentre chi sogna un’Europa federale rappresenta il secondo gruppo, con il 22%, e la quota di chi crede nel sistema raggiunge appena il 20%. Più sfiduciati verso l’Europa di noi ci sono i francesi e i greci, ma anche spagnoli e slovacchi sono a noi simili. Francia e Danimarca, in questo, sono agli opposti: in Francia prevale largamente il gruppo di chi crede che non ci sia nulla da fare e ha perso fiducia sia nella UE che nel proprio governo/paese; in Danimarca, prevale chi crede che il sistema così com’è funzioni. Ma è interessante notare che in Italia sono proprio i partiti che l’anno scorso avevano vinto le elezioni su una piattaforma critica verso l’Europa a risentire del malcontento verso il governo.

Fig. 2. Fonte: European Council of Foreign Relations, What European really want: five myths debunked, April 2019.

Saranno queste elezioni un referendum pro o contro l’immigrazione? Come sappiamo, Steve Bannon, Victor Orbán, Marine Le Pen e il leader della Lega, Matteo Salvini, hanno cercato di trasformare le elezioni in un referendum sull’immigrazione, mobilitando una coalizione “sovranista” per smantellare l’UE dall’interno, a partire dalle sue posizioni sulla questione. Ma la campagna in difesa della Fortezza Europa non è così sentita come quei politici vorrebbero, almeno a giudicare da ciò che gli elettori indicano come problemi prioritari da risolvere. In questo, però gli italiani si distinguono.

In Italia, come in Grecia e Romania, il problema prioritario, quello che è visto come la principale minaccia per l’Europa, è l’economia, per quasi un terzo dell’elettorato. Meno del 20% ritiene che la minaccia maggiore venga dai radicali islamici e appena il 15% ritiene che la minaccia principale sia l’immigrazione. Non l’immigrazione, dunque, è la priorità da affrontare, per gli italiani, ma l’economia.

Tra l’altro, gli italiani, come gli europei, ritengono che se c’è una ragione principale per andare a votare il 26 maggio non è l’immigrazione ma il crescente nazionalismo in Europa (e in Italia): più del 70% degli italiani (come in Germania e più della Francia e della Polonia) ritiene quella una ragione importante.

Fig. 3. Fonte: European Council of Foreign Relations, What European really want: five myths debunked, April 2019.

Se, poi, l’immigrazione è ritenuta importante, ancor di più lo è la questione dell’emigrazione: gli italiani sono preoccupati dei giovani e meno giovani che se ne vanno perché non hanno prospettive nel loro Paese (Fig. 4). Anzi, su questo gli italiani, come i greci e gli spagnoli, vorrebbero che la UE facesse di più (Fig. 5).

Fig. 4. Fonte: European Council of Foreign Relations, What European really want: five myths debunked, April 2019.

Fig. 5. Fonte: European Council of Foreign Relations, What European really want: five myths debunked, April 2019.

Gli italiani credono nell’Europa, in parte, ma si sono ormai convinti che l’Europa non fa gli interessi del loro Paese e della maggioranza della popolazione: è l’Europa delle élite che viene rifiutata, non l’Europa in quanto tale (Fig. 6). Sono più gli italiani che ritengono che la UE previene i governi nazionali nel fare ciò che è giusto per il Paese di quelli che ritengono che la UE prevenga “gli eccessi” che potrebbero derivare dalle politiche governative (ma in questo, siamo in buona e folta compagnia).

Fig. 6. Fonte: European Council of Foreign Relations, What European really want: five myths debunked, April 2019.

Come abbiamo visto, dunque, gli italiani, che dopo il 4 marzo 2018 avevano già espresso la loro insoddisfazione per lo status quo, l’aumento delle disuguaglianze, l’economia ferma, i vincoli di bilancio e lo smantellamento dello stato sociale, vedono le elezioni come un’altra occasione per dare uno scossone che però non va necessariamente nella direzione auspicata dai “sovranisti” ma che va però ricondotta a fiducia. Alla domanda su cosa sarebbe un buon risultato delle elezioni, essi indicano come risposta più “uno scossone, una rivoluzione con partiti diversi da quelli mainstream, per cambiare le cose” che “frenare l’ondata radicale di destra nel Parlamento Europeo” (Fig. 7). Un chiaro segnale per la politica nazionale.

Fig. 7. Fonte: European Council of Foreign Relations, What European really want: five myths debunked, April 2019.

Ora che ci avviamo a queste elezioni del 26 maggio, non possiamo che constatare come i partiti di centro-sinistra e di sinistra abbiano perso un’occasione, non solo lasciando il campo alle forze che confusamente e cinicamente hanno cavalcato le onde dell’insofferenza, coniandole in senso nazionalistico e “identitario”, ma non riuscendo ad articolare un messaggio di cambiamento che indicasse che, se bisogna votare per l’Europa, è perché abbiamo bisogno di un’Europa che si occupi della questione sociale, del disagio economico e delle conseguenze degli squilibri mondiali – economici e non solo, come il cambiamento climatico – di cui l’immigrazione non è che una delle facce, come lo è la migrazione degli italiani in cerca di una prospettiva diversa. La grande confusione provocata dalla lunga vicenda della Brexit ci ha mostrato come l’inganno sia stato di credere che chiamarsi fuori dall’Europa voleva dire chiamarsi fuori dall’Europa “delle élite e delle banche”. Se il Labour Party perderà a favore dei Brexiteers di Farage, sarà anche perché non ha saputo, come il PD in Italia, come il Partito Socialista in Francia e come anche l’SPD in Germania, farsi carico di un’Europa più sociale, non l’Europa così com’è. Come recita il logo del PD: è chiaro che “siamo europei”, ma quali europei vogliamo essere?

 

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