Innovazione distributiva e azione politica: l’impatto potenziale delle chiusure domenicali sul settore distribuzione moda e sullo shopping tourism in Italia

La regolamentazione del lavoro domenicale è un argomento che da tempo divide l’opinione pubblica italiana. Mentre le evidenze empiriche dimostrano che la liberalizzazione degli orari lavorativi contribuisce al benessere sociale, alla crescita e all’occupazione, numerose voci critiche si levano contro il lavoro domenicale. I sindacati ricordano il diritto del lavoratore al riposo, le organizzazioni religiose difendono l’unicità della domenica come giorno di preghiera, le piccole e medie imprese cercano nel divieto delle aperture domenicali una protezione contro la concorrenza della grande distribuzione.

Il dibattito pubblico sul lavoro domenicale si è inesorabilmente riverberato su quello politico. I maggiori partiti e movimenti hanno presentato ciascuno la propria proposta di legge volta a superare lo status quo, che prevede piena libertà di determinare gli orari lavorativi di ogni esercizio commerciale. Restringere le aperture domenicali è apparsa fin da subito una proposta più demagogica che sostanziale ma, al di là di ogni retorica, quali sarebbero gli impatti reali delle varie proposte di legge sul contesto attuale? È a questa domanda che l’ultimo studio effettuato da Istituto Cattaneo intende dare una risposta.

In particolare la ricerca condotta da Maurizio Morini, direttore dell’Istituto Cattaneo, dedica ampio spazio alle conseguenze che le (potenziali) leggi avrebbero sul settore distribuzione moda e sullo shopping tourism in Italia. La scelta del campo di indagine non è casuale: la moda è tra le eccellenze italiane da mettere al centro di ogni piano strategico per il rilancio del Paese ed il cluster dell’abbigliamento è oggi tra i più dinamici, basti pensare all’avanzata di e-commerce e shopping mall.

Il valore della moda “Made in Italy” è riconosciuto in tutto il mondo e l’attrattiva dei prodotti italiani è in grado di generare dei considerevoli flussi turistici. I turisti che visitano ogni anno Firenze, Milano, Roma e Venezia con motivazione principale lo shopping sono circa un milione e mezzo e spendono, a testa, più di cento euro al giorno. Nel solo settore degli acquisti, lo shopping tourism frutta alle quattro città 2,6 miliardi di euro all’anno.

Il fashion shopping degli italiani si concentra nel fine settimana e funge da volano per tutta l’economia locale, attirando in centri storici e aree commerciali potenziali clienti per diverse attività. Per quasi il 60% delle famiglie italiane l’acquisto domenicale è una prassi consolidata e la domenica è il secondo miglior giorno per fatturato. La fashion shopping experience coinvolge anche i turisti, la cui spesa in acquisti durante la domenica si aggira intorno ai sei miliardi all’anno. Questi dati sono particolarmente importanti alla luce del recente calo del commercio al dettaglio.

Il fashion shopping, tipicamente domenicale, non crea solo guadagni ma sostiene anche l’occupazione. Gli italiani che lavorano di domenica nel settore del commercio sono circa 580mila, 688mila quelli che operano nella ristorazione e 215mila nei trasporti.

Cosa accadrebbe alle vendite del settore moda se le proposte di Cinque Stelle, Lega o PD andassero in porto? Quali conseguenze avrebbe la riduzione delle aperture domenicali su PIL, occupazione, piccole e medie imprese? E sul gettito fiscale? E sulla desertificazione dei centri urbani? E sullo shopping tourism? La ricerca di Istituto Cattaneo prova a sciogliere questi dubbi simulando gli effetti di ogni proposta di legge e valutando le conseguenze, di ciascuna, sul contesto attuale. L’indagine ipotizza diversi scenari corrispondenti all’applicazione delle principali proposte di legge e nota che, in ogni caso, ridurre le aperture domenicali comporterebbe una perdita di posti di lavoro e un calo del PIL.

La contrazione nel numero degli occupati andrebbe dalle 15mila unità (nel caso della proposta PD) alle 148mila (proposta M5S) passando per le 33mila (proposta della Lega). I mancati introiti causati dalle chiusure domenicali sono stimabili dai 960 milioni di euro (proposta PD) ai 2 miliardi (proposta della Lega) per arrivare addirittura ai 9,4 miliardi (proposta M5S). Calcolando il recupero dei guadagni reso possibile da e-commerce e spesa negli altri giorni, le perdite sarebbero attutite rispettivamente a 280/210 milioni, 700 milioni e 4 miliardi. A queste cifre va però aggiunta quella dei mancati incassi derivanti dallo shopping dei turisti.

Ridurre le aperture domenicali avrebbe impatti negativi anche sulla contabilità dello Stato, che perderebbe dal miliardo e mezzo ai due miliardi all’anno in gettito fiscale. Anche la psicologia economica globale subirebbe l’influenza negativa delle chiusure domenicali, che inibirebbero la propensione all’investimento da parte di gruppi che operano principalmente in alcuni ambiti settoriali (come alcune catene di ristorazione). E dubbio è anche l’effetto anti desertificazione dei centri storici, dinamica sulla quale alcune proposte – Lega e M5S- dichiarano esplicitamente di voler intervenire.

Ipotizzando di chiudere le attività commerciali nella metà dei giorni festivi, la perdita di PIL sarebbe di circa cinque miliardi. Si tratta di una cifra pari allo 0,33% del PIL attuale, ma nell’odierno contesto socio-economico conviene davvero rinunciarvi?

Piuttosto, in un Paese che vuole crescere e nel quale il risparmio è quattro volte il Prodotto Interno Lordo, non sarebbe il caso di incentivare i consumi?

Leggi qui l’intero studio.