Le fusioni di Comuni in Emilia Romagna: verso il referendum del 7 ottobre con qualche informazione in più

di Maurizio Morini,Istituto Cattaneo

Il prossimo 7 ottobre in Emilia-Romagna si svolgeranno i referendum consultivi con i cittadini in merito alla creazione di sette nuovi comuni derivanti da fusioni comunali.

I comuni interessati sono i seguenti:

Lama Mocogno – Montecreto (MO)

Colorno-Torrile (PR)

Sorbolo-Mezzani (PR)

Castenaso-Granarolo dell’Emilia (BO)

Baricella – Malalbergo (BO)

Formignana – Tresigallo (FE)

Berra – Ro (FE).

 

La regione Emilia-Romagna è una delle regioni in Italia più attive su questo tema, come si può evidenziare dalla mappa riportata di seguito.

 

Il processo recente delle fusioni comunali in Italia ha avuto una svolta nel corso dell’anno 2015. A questo riguardo, il Ministero dell’Interno organizzò nel febbraio 2015 un convegno nel corso del quale venne presentato uno studio dal titolo: “FUSIONI: Quali vantaggi? Risparmi teorici derivanti da un’ipotesi di accorpamento dei comuni di minore dimensione demografica” che riportava i dati (aggiornati al 2014) sulle fusioni già realizzatesi.

Secondo quello studio, reperibile al link indicato sopra, le fusioni più virtuose in termini di efficienza della spesa pro-capite da parte delle amministrazioni comunali erano, fino a quel periodo, quelle considerate di medio-piccole dimensioni, ovvero con una popolazione complessiva tra i 5000 ed i 10000 abitanti. Altre informazioni sono reperibili all’interno dello studio stesso.

Anche l’Istituto Cattaneo si è interessato al tema del riordino istituzionale amministrativo in ambito comunale. Nel volume collettivo “La retorica della razionalizzazione – il settore pubblico italiano negli anni dell’austerity” a cura di Silvia Bolgherini e Cristina Dallara (disponibile su Amazon o su richiesta presso l’Istituto Cattaneo), venne presentato uno studio curato da Mattia Casula e Mariano Marotta dal titolo “Riordino dei confini comunali in Italia: alcuni risultati”.

Dallo studio emergeva come fino al 2015, a partire dal 1990, si fossero realizzate 42 fusioni, con un’accelerazione rilevante dal 2011 in poi; infatti 33 dei 42 casi di fusione erano intervenuti nei 5 anni precedenti allo studio. Lo studio riportava inoltre le seguenti evidenze:

  • tra i 42 comuni oggetto di fusione del periodo, 7 superavano i 10.000 abitanti;
  • di questi il più grande era Valsamoggia in provincia di Bologna con 29.600 abitanti al momento della fusione e oltre 30.000 a fine 2015;
  • mediamente una fusione riguardava 2,4 comuni.

Quindi, la maggioranza delle fusioni prevedeva solamente due comuni coinvolti; la media delle popolazioni per comune di quella fase era di 6920 abitanti.

Cosa è successo dal 2016 in poi?

Dal 2016 è cambiato il mondo: una sintesi della situazione si può trovare a questo link. Dal punto di vista dei numeri, nell’ultimo triennio abbiamo assistito ad una forte accelerazione del processo di fusione comunale. Infatti, fra il 2016 e il 2018 sono nati 61 nuovi comuni fusi, 3 dei quali saranno operativi da inizio 2019. Inoltre, sempre dal 2019, altri 14 comuni con fusioni già approvate verranno attivati. Nel complesso, quindi, sorgeranno sicuramente 17 nuovi comuni nei prossimi anni, tra il 2019 e il 2021.

In sintesi, tra il 1990 e il 2021 vi saranno 117 nuovi comuni, con la soppressione di 276 comuni precedenti. Cosa accadrà nel prossimo futuro?

Esiste un quadro riepilogativo molto pratico che si può ritrovare al link sottostante.
https://it.wikipedia.org/wiki/Fusione_di_comuni_italiani#Proposte_di_fusione_di_comuni

Vi si contano 118 proposte in corso per fusioni di comuni che riguardano circa 300 comuni attuali. Tra questi possiamo segmentare le proposte per le fusioni come segue:

  • 14 nuovi comuni avrebbero oltre 50.000 abitanti
  • 16 nuovi comuni avrebbero oltre 20.000 abitanti
  • 27 nuovi comuni avrebbero tra 10.000 e 20.000 abitanti
  • 61 nuovi comuni avrebbero meno di 10.000 abitanti.

 

Emergono quindi una serie di evidenze, la prima delle quali è che la dimensione media dei comuni interessati alle fusioni si sta alzando in maniera rilevante. Inoltre, ricordiamo che una volta costituita la nuova entità comunale, nessun comune è finora tornato sui suoi passi; questo del resto è possibile solo se il nuovo comune “frazionato” ha una dimensione superiore ai 10.000 abitanti. Si possono enumerare una decina di casi in tutt’Italia di fusioni impostate ma poi non realizzate.

Non è più plausibile sostenere, oggi, con i dati a disposizione, che l’efficienza di spesa pro-capite della fusione comunale sia legata alle dimensioni minime del comune fuso in termini di numero di abitanti, in quanto lo studio del Ministero dell’Interno citato riguarda dati ormai troppo vetusti, vista la dinamica successiva, per poter essere considerato un riferimento nella situazione attuale.

In conclusione, possiamo affermare che il processo di fusione comunale sta rappresentando nell’ambito del riordino amministrativo uno dei processi più dinamici ai quali l’Italia sta assistendo in questo periodo.