Avviso ai governanti (2): La scuola non è per tutti e studiare non paga

di Pier Giorgio Ardeni, 23 settembre 2018

In questi giorni in cui le scuole hanno riaperto in tutte le regioni e l’anno scolastico e accademico ricomincia, problemi vecchi e nuovi sono sul tappeto. È da poco uscito l’ultimo rapporto dell’OCSE sull’istruzione –Education at a glance 2017, 11 settembre 2018 – e i dati per l’Italia sono, di nuovo, allarmanti. Ma ciò non basta, a quanto pare, né a suscitare l’interesse dei media né a destare qualche preoccupazione tanto tra i membri del governo e dei partiti che lo sostengono, quanto tra quelli dell’opposizione. Della scuola in Italia si parla per agitare angosce – la presenza di “stranieri”, i vaccini – o sollevare questioni pur giuste come le strutture fatiscenti, la precarietà di molti docenti, i prèsidi con più istituti da gestire. Per la scuola si spendono fondi, sì, ma per iniziative discutibili come le telecamere in istituti selezionati, per “garantire la sicurezza”.

I problemi di fondo sollevati dal rapporto vengono invece elusi, non sono al centro del dibattito: le risorse destinate a scuola e università, lo scarso livello di qualificazione degli italiani, i pochi laureati che, per giunta, non trovano il lavoro alla pari dei loro colleghi europei. Sappiamo quanto il livello di istruzione sia un indicatore del suo grado di sviluppo, quanto l’investimento in capitale “umano” giovi, eventualmente, sulla crescita. Eppure, ne facciamo motivo d’orgoglio quando il lavoro di un nostro ricercatore viene riconosciuto, quando i nostri “cervelli” trovano impiego in prestigiose istituzioni all’estero. Poi, certo, questo resta un Paese che legge sempre meno, dove ragazzi, giovani e adulti si informano principalmente sui social e su internet, dove la scuola e l’università non ricevono le dovute risorse che un paese maturo dovrebbe dedicare loro. Ora che si dovrà discutere di legge di bilancio – quando l’attenzione sembra solo concentrarsi sui temi “bandiera” dei partiti della maggioranza – è il momento di risollevare questioni di fondamentale importanza, per iniziare a fare uscire l’Italia dalla china in cui si è infilata.

  1. Gli italiani non hanno voglia di studiare? Oppure non trovano la scuola giusta?

Se è vero che l’Italia ancora nei primi anni cinquanta era un paese con il 13% di analfabeti e ben il 46% che sapeva leggere e scrivere ma non aveva finito la quinta elementare, molti progressi sono stati fatti in questi settanta anni, anche se negli ultimi venti questi progressi sembrano essersi arrestati. Il rapporto OCSE evidenzia, in sintesi, le tendenze ormai note degli ultimi tempi: l’Italia è tra i paesi dove maggiore è la frequenza delle scuole materne – 90% per i bambini tra 3 e 5 anni di età – e alta la frequenza delle scuole elementari ma è anche il paese con la più bassa quota di laureati – il 18% della popolazione adulta – e la più bassa quota di spesa pubblica per istruzione – il 7% della spesa per servizi. Gli italiani, dunque, non hanno voglia di studiare o non gliene viene data l’opportunità di farlo?

Guardiamo ai dati più nel dettaglio, cominciando dalla scuola per l’infanzia. Nonostante l’alta frequenza delle scuole materne, l’Italia destina a quel livello di istruzione solo lo 0,5% del suo Pil, meno della media OCSE. L’84% di quella spesa viene dal pubblico e, di questa, i tre quarti vengono dal governo centrale (e solo un quarto, quindi, dagli enti locali).

In Italia, la quota di persone di età compresa tra i 25 e i 64 anni di età con un livello di istruzione elementare o media inferiore è ancora alta – il 40%, contro una media OCSE del 22,4% e una media europea del 20,3%. In Europa, solo Spagna e Portogallo sono in una situazione peggiore.

Nel nostro paese, in compenso, il 41.5% della popolazione della stessa classe di età (25-64) ha un livello di istruzione secondario superiore (scuole tecniche e professionali, scuole secondarie, master di scuola secondaria), appena maggiore della media OCSE del 39.3%. Questa quota, tuttavia, è aumentata poco negli ultimi anni: essa era inferiore di due punti percentuali già nel 2000. Va detto poi che la maggior quota di persone con istruzione secondaria ha fatto scuole professionali, così come alta è la quota di quelli che hanno conseguito un titolo prima dei 25 anni. In altre parole, l’istruzione per adulti, in Italia, ha minor successo che negli altri Paesi.

L’istruzione terziaria (laurea universitaria, master o dottorato), al contrario, resta un obiettivo raggiunto da appena il 17,7% della popolazione adulta (25-64) totale in Italia, contro una media europea del 33,4% e una media OCSE del 36,7%. Non solo, ma se poi guardiamo a come la popolazione più istruita si distribuisce per regione, abbiamo una ragione in più per allarmarci. La figura sotto ci mostra come è variata la percentuale di laureati per regione negli ultimi 3 anni: come si può vedere, le regioni meridionali, con l’aggiunta di Veneto, Trentino Alto Adige, Piemonte e Valle d’Aosta sono sotto la media nazionale e la regione con le quote più alte – il Lazio – è ben lontana dai livelli europei.

Fig. 1. Percentuale di cittadini tra i 25 e 64 anni con istruzione terziaria nel 2014 e nel 2017, per regione

Fonte: Elaborazione Istituto Cattaneo su dati Eurostat.

Tutti questi dati restano preoccupanti anche se si guarda alla sola popolazione “giovane”, ovvero quella di età compresa tra il 25 e i 34 anni di età, nonostante i trend degli ultimi anni siano meno sconfortanti. Il tasso di istruzione primaria e media inferiore – ovvero la quota di popolazione che ha solo frequentato la scuola dell’obbligo – resta altissimo per il nostro paese. Dal 2000 ad oggi, esso è infatti passato dal 43,6% della popolazione di riferimento al 26,1%, contro una media europea scesa dal 23,1% al 14,8% e una media OCSE di poco superiore. La quota di possessori di titolo di studio secondario superiore – nella classe di età – è invece passata dal 46% al 48,3% nel periodo, contro una media europea scesa dal 53,2% al 44,7%. Parimenti, i giovani con titolo universitario sono passati dal 10,4% del totale dell’anno 2000 al 20,7% del 2010, per poi attestarsi al 25,6% attuale. I loro colleghi europei, che erano il 20% del totale nel 2000, sono oggi più del 40,4%.

Le prospettive occupazionali per i laureati sono sconfortanti per il nostro paese. “L’Italia”, dice il rapporto OCSE, “è uno dei pochi Paesi dove le prospettive occupazionali per i laureati di età tra i 25 e i 34 anni di età sono inferiori a quelle di chi ha un titolo di studio professionale” (come mostra la figura 2).

Fig. 2. Tassi di occupazione per giovani adulti (25-34 anni di età), per livello di istruzione

Fonte: Education at a glance, Indicatore A5 (Ocse 2018).

Il tasso di occupazione per chi ha livello di istruzione secondario è del 71% in Italia – contro una media OCSE del 75% – mentre per chi è laureato è ovviamente maggiore (80%). Tra i giovani adulti (età 25-34) il trend degli ultimi anni non è molto confortante. Se, ovviamente, è diminuito il tasso di occupazione per chi ha solo licenza elementare o media, passato dal 60% del 2000 al 65% del 2005 al 51% attuale, è diminuito anche il tasso per chi ha titolo di studio superiore – era il 67% nel 2000, il 73% nel 2005 ed è sceso al 63% attuale – così come è calato il tasso di occupazione per i laureati – dal 73% del 2000 in costante diminuzione fino al 64% odierno. Le medie europee, in tutti i casi, sono migliori, pur anch’esse in lieve calo.

I tassi di disoccupazione tra i giovani adulti mostrano invece un mercato del lavoro che per l’Italia è simile a quello degli altri paesi europei per chi ha solo licenza elementare o media inferiore – il 23,8% contro una media europea del 20,4% – laddove il tasso è invece parecchio più alto per chi ha titolo di studio superiore – 16% contro 10.3% – ed è doppio per chi ha titolo di istruzione terziaria – 15,3% contro 7,4%. Ovvero, i laureati italiani disoccupati sono, in percentuale, il doppio degli europei. Preoccupanti, per l’Italia, sono anche i tassi di inattività dei giovani adulti, pari al 25% e 24%, rispettivamente per diplomati e laureati, contro una corrispondente media europea del 15% e 11%, rispettivamente. In pratica, un giovane su quattro, in Italia, pur avendo un diploma superiore o una laurea, non ha e non cerca lavoro. Più inattivi dei nostri giovani laureati, tra i paesi europei, non vi è nessuno, mentre ve ne sono in Corea del Sud, Messico e Turchia tra i diplomati.

  1. Le remunerazioni: studiare conviene?

Studiare conviene, si dice: è un investimento per le famiglie e le persone che generalmente paga in termini di remunerazione. In Italia, mentre chi ha solo una licenza elementare o media guadagna in media il 23% in meno di un diplomato di scuola superiore (percentuale calcolata sull’intera popolazione di età compresa tra 25 e 64 anni di età, in linea con la media europea), chi ha una laurea o più riceve uno stipendio pari al 141%, in media, di quello di un diplomato, contro una media europea del 153%. Ovvero, i nostri laureati sono pagati meno dei loro colleghi europei, rispetto ai diplomati. A questo riguardo, è interessante notare che le donne non solo guadagnano meno degli uomini, ma più sono istruite e meno guadagnano (in proporzione). Le laureate italiane, infatti, hanno una retribuzione che si aggira attorno al 71% di quella degli uomini, mentre per le diplomate il valore sale attorno all’81% (le medie europee sono 75% e 79%, rispettivamente). E questo vale anche per le più giovani.

L’Italia non remunera a dovere chi studia. Come ricorda il rapporto dell’OCSE, i vantaggi in termini di remunerazione dei laureati e gli svantaggi di coloro che sono privi di titolo di studio secondario dovrebbero spiegarsi secondo le leggi economiche della domanda e dell’offerta. In questo caso, però, la domanda e l’offerta di lavoro secondo il livello di istruzione non si possono misurare se non indirettamente. In particolare, la quota di persone con titolo di studio terziario potrebbe essere vista come un indicatore di offerta di manodopera qualificata, laddove il tasso di disoccupazione – che riflette il potenziale di assorbimento del mercato del lavoro – potrebbe essere visto come un indicatore di domanda. La figura 3 mostra infatti che nei paesi OCSE i tassi di disoccupazione diminuiscono all’aumentare del livello di istruzione, il che vorrebbe dire che i vantaggi in termini di remunerazione per i laureati dovrebbero essere maggiori in quei paesi ove la loro quota è bassa. Come si può vedere, tuttavia, l’Italia è un’infelice eccezione, in cui a una quota bassa di laureati corrisponde un vantaggio remunerativo comparativo basso.

Fig. 3. Remunerazioni relative di lavoratori laureati e loro quota sulla popolazione (anno base 2015)

Fonte: Education at a glance, Indicatore A6 (Ocse 2018).

“L’Italia è un outlier”, dice il rapporto OCSE, perché “nonostante la quota di laureati sia la più bassa tra i paesi OCSE, i vantaggi di remunerazione comparati sono piuttosto esigui, molto inferiori alla media OCSE”.

  1. La spesa per istruzione: il nostro punto debole

Tra i paesi menzionati nel rapporto OCSE, la spesa totale per istruzione varia dal 16% di Brasile, Costa Rica, Indonesia, Messico, New Zealand e Sud Africa a meno dell’8% di Italia, Repubblica Ceca, Ungheria e Russia (la media dei Paesi OCSE è dell’11,3% della spesa pubblica totale, mentre quella UE è del 9.9%). Tra i Paesi europei, l’Italia è buona ultima, con un livello di spesa pari al 7,1% del totale. In termini di Pil, lo stato italiano destina appena il 3,6% all’istruzione (la media europea è del 4,7% e quella OCSE del 4,8%), laddove la spesa totale in servizi in Italia ammonta al 50,9% del Pil (in Europa è il 47% e nell’insieme dei Pesi OCSE è il 43%).

Negli ultimi anni, peraltro, l’Italia ha destinato sempre meno risorse a questa voce, e non si può pertanto dire che ciò sia stato il frutto di una particolare politica di alcuni governi, nonostante i molti professori il paese abbia avuto rappresentati nell’esecutivo. Il trend, iniziato già negli anni novanta, si è consolidato negli ultimi lustri. Se nel 2005 l’8,1% della spesa pubblica veniva allocata alle spese per istruzione, a tutti i livelli, nel 2008 essa è salita appena all’8,2%, per scendere poi regolarmente fino al 7,1% attuale (di cui solo l’1,6% dedicato all’istruzione terziaria, come solo l’Ungheria tra i paesi europei).

Tale spesa, se è generalmente calata per molti paesi tra il 2010 e il 2014, per alcuni, tra cui Italia, Portogallo, Slovenia e Spagna, è diminuita di più dell’11% in 4 anni, a fronte di un calo della spesa per servizi complessiva molto più modesto.

  1. Se il livello di istruzione è basso e le prospettive occupazionali non ricompensano chi studia, la politica deve preoccuparsi. Ma il livello di istruzione è basso anche perché l’Italia fa troppo poco

Perché gli italiani non studiano? Perché scelgono di fermarsi ad un livello di istruzione medio inferiore o, al più, superiore? La prima ragione, già da noi sollevata, sta nella bassa mobilità sociale. Purtroppo, infatti, quanto più una società è ferma e la mobilità sociale è bassa, tanto più il livello di istruzione tende a “trasmettersi” tra le generazioni. Se un paese vuole migliorare la condizione sociale dei suoi cittadini attuali e futuri, deve offrire ai giovani eque possibilità di ottenere un livello di istruzione di qualità e ciò è ancor più vero oggi che il gap nel mercato del lavoro tra occupazioni qualificate e non si è ampliato, così come crescente è il divario di reddito tra laureati, diplomati e gli altri. Un paese con un’ampia quota di lavoratori non qualificati è quindi destinato ad avere disuguaglianze crescenti. È ovvio, però, che non è pensabile che tutti ottengano la laurea. Ma sono i figli dei meno qualificati e istruiti che devono poter avere l’opportunità di fare quella scelta. Gli adulti laureati, tipicamente, hanno un genitore laureato, mentre sono molto pochi i figli di genitori non laureati ad accedere alla laurea. E questo è qualcosa che deve preoccupare la politica.

Il rapporto OCSE ci mostra che l’Italia è il paese dove più alta è la quota di persone tra i 30 e i 44 anni i cui genitori non sono laureati (95%, seconda solo alla Turchia, con il 97%). Ed è anche tra i paesi dove i figli di non laureati meno accedono all’università (e questo è ancor più vero per la generazione tra i 45 e i 59 anni), come mostra la figura 4.

Fig. 4. Quota di persone di età 30-44 e 45-59 anni in possesso di laurea con genitori non laureati

Fonte: Education at a glance, Figura A4.2, Indicatore 4, p. 79 (Ocse 2018).

Non solo, ma tra i figli di laureati (almeno un genitore), l’Italia è tra i paesi dove altissima è la quota di laureati (seconda solo a Turchia, Polonia e Singapore), come mostra la figura 5. Ciò significa che in Italia il percorso scolastico preso e il livello di istruzione raggiunto dipende moltissimo da quello dei genitori (ne è influenzato e possibilmente ne è anche determinato): la differenza, per i laureati, tra chi ha genitori laureati e chi ne ha non laureati è attorno al 54%, al contrario, ad esempio, dell’Austria, dove la differenza è solo il 22%.

Fig. 5. Quota di persone di età 30-44 e 45-59 anni in possesso di laurea con uno o due genitori laureati

Fonte: Education at a glance, Figura A4.3, Indicatore 4, p. 80 (Ocse 2018).

Tutto questo quindi, è motivo di urgenza e dovrebbe essere messo ben in evidenza sul cruscotto di guida del governo. L’Italia è un paese che studia poco, dove chi studia più a lungo fa più fatica a trovare lavoro, dove le remunerazioni per chi studia non li ricompensa a sufficienza dello sforzo fatto. Certo, molto dipende dalla famiglia di origine ma anche dal fatto, forse, che non si fa abbastanza per favorire l’accesso agli studi superiori e universitari (nella spesa pubblica per istruzione sono infatti inclusi i trasferimenti alle famiglie per lo studio e il diritto allo studio per gli studenti). Un altro avviso ai governanti, quindi: fate di più perché il nostro paese investa nella cultura, nelle conoscenze e nelle competenze dei suoi figli. Ne trarrà vantaggio la società, l’economia e in ultima istanza anche i conti pubblici futuri.