Avviso ai governanti: L’ascensore sociale si è rotto

di Pier Giorgio Ardeni, 13 settembre 2018

In queste settimane in cui si avvicina la discussione sulla legge di bilancio, anche il nuovo governo dovrà fare i conti con i molti aspetti del disagio sociale che in Italia come in Europa non smette di manifestarsi, anche attraverso il voto. Da molte parti è stato osservato che se il 4 marzo il risultato elettorale italiano ha portato ad un drastico cambiamento del panorama politico, ciò è dovuto senz’altro anche ad un malessere sociale ed economico che il governo precedente, ed il partito che ne era il principale rappresentante, non avevano saputo affrontare. Se la risposta abbia dato voce a “populismi” di vario tipo, a risposte demagogiche e a promesse irrealistiche, ciò non toglie che il voto abbia espresso un malcontento verso le politiche che i governi, da molti anni a questa parte, hanno portato avanti, premiando così chi, almeno sulla carta anche se in modo fumoso e impreciso, prometteva un cambio di rotta.

  1. L’immobilità sociale in Italia è alta

È del 16 giugno scorso una notizia che è passata pressoché inosservata. Citiamo, ad esempio, da Repubblica, un articolo non firmato: La mobilità sociale che non funziona: servono cinque generazioni per salire. L’articolo riprende il rapporto dell’OCSE uscito in quei giorni – A broken social elevator. How to promote social mobility – dichiarando: “Chi nasce in una famiglia a basso reddito impiega circa 150 anni per raggiungere la media del suo Paese.” Secondo l’OCSE, riportava l’articolo, “in Italia sono necessarie cinque generazioni perché un bambino nato in una famiglia a basso reddito (tra il 10% più povero della popolazione) raggiunga il reddito medio nazionale”. Ora, la mobilità sociale in una società moderna è fondamentale: se è vero che ci sono ricchi e poveri, chi ha di più e chi ha di meno, è pur vero che deve essere possibile poter cambiare la propria condizione e una società è tanto più sana e giusta se tutti hanno la percezione e le possibilità di poter cambiare, nel corso della loro vita, il loro status. Ma se l’ascensore sociale si ferma, le conseguenze economiche, sociali e politiche divengono drammatiche. La mancanza di mobilità sociale induce, tra le altre cose, la perdita di talenti e di giovani preparati e promettenti, come mostrano molti studi e rapporti di ricerca recenti (si veda, ad esempio, il libro appena pubblicato di Enrico Pugliese, Quelli che se ne vanno, Il Mulino, 2018). La scarsa mobilità sociale, avverte l’OCSE, “mina la crescita potenziale e riduce la soddisfazione individuale, il benessere e la coesione sociale”.

Se l’immobilità sociale è forte, la sua percezione nasconde evidentemente problemi reali. In Italia, come nella maggior parte dei paesi OCSE, il 34% delle persone ritiene che sia importante avere genitori ben istruiti per migliorare il proprio status. A differenza dei paesi OCSE, però, in Italia il 71% dei genitori teme che i loro figli non raggiungeranno lo status e il reddito che essi hanno ottenuto. L’Italia, negli ultimi decenni, ha fatto pochi progressi in termini di istruzione superiore e ciò anche perché i laureati, in Italia, guadagnano in media solo il 40% in più dei diplomati, contro una media OCSE del 60%.

La mobilità sociale viene misurata dagli studiosi confrontando lo status sociale di genitori e figli – detta inter-generazionale – ovvero lo status individuale (di reddito) nel corso della vita. La prima, avverte il recente rapporto OCSE, è scarsa e non è egualmente distribuita. Ciò è vero per quanto riguarda i livelli di istruzione, il tipo di occupazione e le retribuzioni. In Italia, due terzi (il 67%) dei figli di genitori con istruzione inferiore al ciclo superiore restano con lo stesso livello di istruzione (contro una media OCSE del 42%). In altre parole, i figli di chi ha solo la terza media (la maggioranza degli italiani, poco meno del 55% della popolazione) non va oltre la terza media. Inoltre, solo il 6% delle persone con livello di istruzione inferiore al ciclo superiore raggiunge la laurea (meno della metà della media OCSE). Lo stesso vale per il tipo di occupazione: i figli di lavoratori manuali diventano lavoratori manuali anche loro in 4 casi su 10 (più della media OCSE), mentre i figli dei manager o dei dirigenti divengono per lo più manager o dirigenti. Infine, il 31% dei figli di padri con basse retribuzioni continua ad avere retribuzioni basse (media vicina a quella OCSE).

Fig. 1. Disuguaglianza e mobilità sociale in diverse dimensioni


Fonte: A Broken Social Elevator? Capitolo 1 (Ocse 2018).

La mobilità individuale è ugualmente scarsa: le probabilità individuali di mobilità del reddito (ovvero di quanto possa aumentare il reddito individuale) nel corso della vita sono limitate, particolarmente per chi ha un reddito basso. E questa bassa mobilità è aumentata particolarmente a partire dagli anni Novanta. È ovvio che ciò dipende in grande parte dalle opportunità per i singoli nel mercato del lavoro e dal livello di istruzione. La disoccupazione giovanile in Italia, è noto, è molto alta e più alta della media OCSE: molti occupati, poi, hanno posizioni lavorative di bassa qualità e poche possibilità di spostarsi verso l’alto. Le politiche che hanno puntato tutto sulla flessibilizzazione più che sull’aumento delle opportunità hanno generato solo precariato, non maggiore mobilità e accesso.

  1. La disuguaglianza nella distribuzione del reddito aumenta la scarsa mobilità sociale.

Come è stato rilevato da più parti, la disuguaglianza nella distribuzione del reddito è aumentata negli ultimi decenni nella maggioranza dei paesi OCSE, Italia inclusa. Politiche liberiste, globalizzazione sregolata e politiche di austerità nei paesi UE hanno accentuato queste tendenze, favorite da politiche economiche che per lo più hanno puntato sulla crescita assumendo che questa avrebbe beneficiato tutte le classi di reddito in egual misura, salvo poi intervenire con politiche redistributive che hanno appena dato un freno alla polarizzazione crescente dei redditi. Tuttavia, anche la disuguaglianza del reddito è più accettabile se è associata ad una mobilità alta tra le generazioni e nel corso della vita degli individui. Ognuno di noi è più propenso ad accettare un reddito basso se sa che questo può aumentare in un orizzonte temporale non troppo lungo. Ciò non è stato vero: una crescente disuguaglianza del reddito si è accompagnata ad una minore mobilità sociale, in tutti i paesi OCSE. Anzi, paesi con alta mobilità sono sempre di più paesi ove la disuguaglianza è minore. I canali attraverso i quali ciò si manifesta sono diversi, ma il più tipico è quello legato alle condizioni familiari e del “capitale umano”: il maggiore reddito dei genitori influisce sul livello di istruzione dei figli i quali, grazie all’istruzione, sono in grado di accedere a classi di reddito più alto.

Cosa succede in Italia a questo riguardo? L’Italia, tra i paesi OCSE, ha un livello di disuguaglianza del reddito medio-alto – tra i paesi UE è più alto quello di Austria, Spagna, Portogallo e Grecia, oltre alla Gran Bretagna (vedi figura 1) – e presenta una mobilità sociale medio-bassa nelle varie dimensioni di reddito, occupazione, istruzione e salute e mobilità individuale nel corso della vita bassa e decrescente per i redditi bassi e media per i redditi alti. Gli altri paesi UE fanno meglio. In ogni caso, se confrontiamo la media italiana con quella dell’insieme dei paesi OCSE – tra i quali vi sono paesi con alti livelli disuguaglianza come Sati Uniti e Messico – vediamo che mentre nei paesi OCSE il 50% degli individui nella classe di reddito più bassa tende a restare nella stessa classe nel corso del tempo (almeno 4 anni), in Italia sono circa il 60%. E quelli nella classe media? Per l’Italia come per la media OCSE le quote sono simili: solo il 40% di chi appartiene al ceto medio riesce a salire di classe nel corso del tempo e circa il 20% scende a livelli di reddito più bassi. La “persistenza” è poi più alta per i più ricchi: chi è nel quintile più ricco della popolazione per più del 70% vi resta nel corso del tempo. In altre parole: chi si trova in una certa classe di reddito, sempre più tenderà a rimanervi (la mobilità sociale e di reddito è diminuita), una tendenza che dagli anni Novanta continua imperterrita.

  1. La mobilità sociale di classe è bassissima

Il rapporto dell’OCSE fornisce anche una fotografia di quella che gli studiosi chiamano mobilità sociale di classe, ovvero quanto gli individui da una generazione all’altra, cambiano di classe sociale, definita secondo certi parametri specifici (si veda il rapporto OCSE, A broken elevator, pp. 180-191). Il quadro che emerge per l’Italia è drammatico (vedi figura 2). Non solo l’Italia è il paese con mobilità sociale di classe più bassa di tutti – misurata come percentuale di individui di età 25-64 anni la cui classe è diversa da quella dei genitori, 2002-2014 – ed è pari al 60%, ma la metà di questo 60% è passata ad una classe sociale inferiore (la mobilità verso il basso è comunque alta anche in altri paesi).

Fig. 2. Mobilità sociale di classe, 2002-2014

Fonte: Figure 4.1, A Broken Social Elevator? (Ocse 2018).

In sostanza, l’Italia è un paese con medio-alta disuguaglianza del reddito, bassa mobilità intergenerazionale, bassa mobilità individuale nel corso della vita e bassissima mobilità sociale di classe. Un paese fermo.

  1. Percezione e realtà della mobilità sociale

La percezione della mobilità sociale è importante. Se, infatti, siamo convinti di vivere in un paese in cui vi sono opportunità di cambiare la propria condizione, allora anche una situazione sfavorevole può essere vissuta nella speranza che sia temporanea. Un paese fermo diviene fucina di malessere e malcontento se all’immobilità si aggiunge la frustrazione che le cose non possono cambiare. Negli ultimi anni, in Italia come negli altri paesi OCSE, la quota di persone che ritiene che i genitori avessero un lavoro migliore o uno status sociale di maggior prestigio è aumentata. Non solo: è anche aumentata la quota di coloro che ritengono che il loro status sociale sia peggiorato nel corso della loro vita. Accanto a ciò, è anche aumentata la percezione che ciò che conti non sia il merito, le capacità individuali: un numero crescente di persone ritiene infatti che ciò che conta è, in ultima analisi, la ricchezza dei propri genitori e i loro “contatti”. Anche se sono ancora la maggioranza coloro che ritengono importanti un “buon livello di istruzione” e il “lavorare sodo”, sono in tanti e sempre di più a pensare che avere genitori istruiti e affluenti sia importante per andare avanti nella vita.

L’Italia, in questo scenario, ovviamente primeggia. L’indagine dell’Eurobarometro pubblicata di recente su Fairness, inequality and inter-generational mobility (si veda Speciale Eurobarometro: Quanto è equa la vita nell’UE secondo gli europei? Aprile 2018) mostra un quadro abbastanza eloquente per quanto riguarda il nostro paese. Partiamo dal capitale sociale. Intanto, va notato che in Italia il 47% delle persone ritiene che “ci si possa fidare dei propri concittadini”, un dato è in media con quello europeo, ovvero che “la vita sia giusta e che la società offre a tutti più o meno le stesse opportunità”. Parimenti, la maggioranza degli italiani (il 64%) ritiene che “le decisioni pubbliche che li riguardano sono prese in modo giusto”, un dato migliore della media europea. Tuttavia, solo il 44% degli italiani ritiene che “le cose che succedono nella loro vita sono giuste”, contro una media europea del 53%: è questo forse un antico vittimismo mediterraneo? Più “vittimisti” degli italiani sono infatti rumeni, portoghesi, spagnoli, ciprioti, bulgari, croati e greci, tutti i meridionali d’Europa! A ciò si aggiunga che solo il 45% degli italiani ritiene che nel loro paese “essi hanno uguali opportunità di andare avanti, come chiunque altro”, contro una media europea del 58%.

Gli italiani, nel loro complesso, credono che nel loro paese il sistema giudiziario sia equo (il 43%, contro una media europea del 39%) e solo il 29% crede che non lo sia (in Europa sono il 39%). Gli italiani sono però abbastanza sfiduciati sul fatto che “la gente ottiene ciò che si merita” (solo il 36%, la media UE è del 38%) e il 35% ritiene che in Italia una persona non ottiene ciò che si merita (in Europa sono il 37%). Il senso di sfiducia si accentua quando si guarda alle istituzioni: solo il 29% degli italiani ritiene infatti che “le decisioni politiche vengono applicate in modo uniforme verso tutti i cittadini”, contro una media europea del 32%, mentre ben il 50% ritiene che sia vero l’opposto (in questo senso, però, l’insoddisfazione è diffusa in molti altri paesi, con punte altissime in Spagna, Grecia, Cipro e Ungheria).

Se guardiamo alle opportunità, gli italiani sono tra quelli che meno credono che “oggi, in confronto a 30 anni fa, le opportunità per andare avanti sono più eguali per tutti” (sono il 38%, contro una media europea del 46%): più sfiduciati, in questo senso, risultano i cittadini di Cipro, Ungheria, Slovenia, Slovacchia, Bulgaria, Romania e Grecia, oltre, sorprendentemente, Francia (in cui ben il 57% ritiene il contrario).

Le cause del malessere? Immigrazione e globalizzazione sono fattori importanti? A questo proposito, se solo il 28% degli italiani ritiene che “l’immigrazione sia una buona cosa per la società in cui vivono” (contro una media europea del 39%), sono i cittadini di Malta, Croazia, Estonia, Romania, Cipro, Lettonia, Ungheria, Cechia, Bulgaria, Slovacchia e Grecia coloro che in misura molto minore sono della stessa opinione. Al contrario, il 39% degli italiani ritiene che l’immigrazione “non sia una buona cosa” (contro una media UE del 33%), più che altri paesi e ben meno di ungheresi (70%), greci (65%), cechi (63%), lituani (61%), slovacchi e bulgari (58%). Aggiungiamo, per inciso, che sono gli svedesi quelli che in maggioranza concordano con questa opinione: ben il 59% dei cittadini del paese nordico, infatti, ritiene che l’immigrazione sia buona (e solo il 10% è dell’opinione contraria), il che contrasta con il recente risultato delle elezioni in Svezia che ha registrato una crescita dei consensi per il partito di estrema destra, fautore delle posizioni più oltranziste in fatto di anti-immigrazione. Parimenti, solo il 38% degli italiani ritiene che “la globalizzazione sia una buona cosa” (contro una media europea del 47%), al pari o più dei cittadini degli stessi paesi che non apprezzano l’immigrazione come fatto positivo, il 27% ritiene vero il contrario (i greci si distinguono per essere i più ostili alla globalizzazione, on il 51% di contrari).

Sono comunque le domande sulla percezione di cosa sia importante per “andare avanti nella vita” che nell’indagine dell’Eurobarometro mostrano quanto siano cambiate le opinioni circa la mobilità sociale. Intanto, più della media degli europei, gli italiani continuano a ritenere che un buon livello di istruzione sia importante per andare avanti nella vita (il 98%), così come il “lavorare duramente” (il 97%), il conoscere “le persone giuste” (il 95%), “l’avere fortuna” (il 93%), ma anche il “provenire da una famiglia abbiente” (l’88%). In quest’ultimo caso, la media europea è molto più bassa (64%) e solo gli ungheresi più degli italiani sono della stessa opinione in maggioranza (l’89%), mentre nei paesi del nord Europa sono i contrari in maggioranza. Parimenti, in Italia come in diversi paesi europei – Croazia, Ungheria, Bulgaria, Grecia, Cipro, Romania, Polonia, Austria, Slovacchia e Slovenia – la maggioranza dei cittadini ritiene che “le connessioni politiche siano importanti” (il 77% degli italiani contro una media UE del 56%), così come è “l’appartenere ad un particolare gruppo etnico” che è ritenuto importante (il 68% degli italiani e il 71% degli ungheresi la pensa così, contro una media europea del 52%), mentre in molti paesi la maggioranza è dell’opinione contraria. Da segnalare, infine, che gli italiani, assieme ad austriaci e ungheresi, sono tra quelli che più ritengono importante “essere uomini piuttosto che donne per andare avanti nella vita” (il 62%, contro una media europea del 46%).

Se poi guardiamo alla percezione che gli italiani hanno di sé rispetto alla loro posizione sociale, va segnalato che, nella graduatoria europea, essi sono buon ultimi: l’Italia è infatti il paese dove è più bassa la quota di coloro che ritengono di stare, nella “scala sociale” (vedi figura 3), su di un gradino più alto di quello dei propri genitori (solo il 23%, contro una media europea del 30%). Parimenti, solo il 36% deli italiani ritiene di trovarsi su un gradino più alto dei propri nonni paterni o materni (contro una media del 40%). Al contrario, il 50% degli italiani dichiarano di avere un livello di istruzione più alto del proprio padre (contro una media del 44%) e il 56% più alto di quello dalla propria madre (contro una media del 50%).

Fig. 3. Mobilità di classe tra realtà e percezione

Fonte: elaborazione Istituto Cattaneo su dati Eurobarometro.

E le percezioni riguardo al reddito? L’88% degli italiani ritiene che le differenze di reddito tra i cittadini siano “troppo grandi” (una percezione diffusa di disuguaglianza) – la media europea è dell’84% – e l’89% di essi ritiene che “il governo dovrebbe fare qualcosa per diminuire le differenze nei livelli di reddito” (la media europea è dell’81%).

  1. Se la mobilità sociale è bassa la politica deve preoccuparsi

Già nelle ultime elezioni europee del 2014 apparve come la correlazione tra comportamento di voto e posizione sociale ascendente o discendente fosse alta (si vedano ad es. Mayer, N., A. Rovny, J. Rovny and N. Sauger (2015), “Outsiderness, Social Class, and Votes in the 2014 European Elections”. Revue européenne des sciences sociales, Vol. 53-1/1, pp. 157-176). Se la mobilità sociale in Italia è bassa, gli italiani ne sono ben consci, ma è la loro percezione su cosa è necessario fare che è rivelatrice. Cosa si può fare? Come avverte l’OCSE – e come non sembrano aver capito molti policy makers al governo (passato e attuale) – non c’è niente di ineluttabile nella trasmissione dei vantaggi socio-economici da una generazione all’altra. Le grandi differenze nella mobilità tra i vari paesi suggeriscono che c’è grande spazio per politiche che rendano le società più mobili. Gli italiani credono nelle istituzioni del loro paese, sanno che è importante studiare o lavorare sodo ma sempre di più hanno la percezione che il paese sia fermo, che il merito non premia, che chi ha i mezzi e le connessioni giuste può fare strada. Gli italiani ritengono che i governi non hanno fatto abbastanza per diminuire le disuguaglianze e la società ha finito per ingessarsi vieppiù, divenendo sempre più “estrattiva”: le rendite di posizione pagano. Disuguaglianze crescenti e immobilità perdurante divengono però una miscela esplosiva. Eppure, si può fare molto: investire e favorire l’investimento in capitale umano, sin dai livelli della scuola primaria (consentire ai più l’accesso agli asili nido, a buone scuole, ridurre l’abbandono scolastico anche con aiuti alle famiglie); ridurre i dualismi sul mercato del lavoro, diminuire la precarietà, favorire l’accesso, incentivare la partecipazione dei NEET; infine, migliorare le reti di protezione per le famiglie meno abbienti e povere, favorire gli ammortizzatori sociali, garantire l’estensione dei servizi. Tutte cose che in gran parte richiedono politiche oculate, non maggiore spesa necessariamente, per premiare la competenza, l’impegno, la dedizione, il capitale sociale di cui ancora questo paese dispone.