Comunali 2017 – Analisi comportamento M5S ai ballottaggi

Comunali 2017

Gli elettori del Movimento 5 stelle ai ballottaggi: continua la fase «politica»

 

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In un precedente studio dell’Istituto Cattaneo (cfr. R. Vignati, Radicamento, consensi e mutamenti del Movimento 5 stelle, in M. Valbruzzi, R. Vignati, a cura di, Cambiamento o assestamento? Le elezioni amministrative del 2016, Istituto Cattaneo, Bologna, 2016, pp. 309-327) dedicato all’analisi del comportamento degli elettori del Movimento 5 stelle in occasione di ballottaggi dai quali il candidato di questo partito era escluso, erano state individuate, in base alle scelte prevalenti operate da questo elettorato, tre fasi.

 

La fase «movimentista» (fino al 2012)

La prima fase è quella che è stata definita «movimentista»: il Movimento 5 stelle pesca i suoi elettori nella base dei partiti e dell’associazionismo di sinistra, grazie ai temi dei discorsi di Beppe Grillo (ecologismo, consumerismo, ecc.). In questa fase iniziale, nella quale i consensi sono limitati e il Movimento non è ancora in grado di porsi come sfida al sistema dei partiti tradizionali, l’identità degli elettori resta in larga misura subalterna alla sinistra, di cui si percepisce come una momentanea alternativa, necessaria a dare una «scossa» al sistema. Nelle elezioni comunali di quegli anni, in assenza di propri candidati, al secondo turno prevale quindi il voto per i rappresentanti di sinistra. Le analisi compiute in passato mostrano che i ballottaggi di Milano (2011), Novara (2011) e Monza (2012) rientrano in questa fattispecie.

La fase «identitaria» (dal 2013 al 2015)

La seconda fase è quella che abbiamo chiamato «identitaria»: nel momento in cui il M5s amplia i propri consensi e si pone quale forza che aspira a sfidare apertamente gli altri partiti, cambiano le cose anche ai ballottaggi. Centrodestra e centrosinistra sono ormai entrambi rifiutati e l’astensione diventa la scelta largamente prevalente. Questa scelta afferma dunque l’affrancamento del Movimento dalle sue origini e l’affermazione della propria «alterità» che porta al rifiuto di entrambe le coalizioni nei ballottaggi. Il passaggio dalla prima alla seconda fase si svolge tra il 2012 e il 2013. Ovviamente, non si tratta di una scansione precisa e identica in ogni zona del Paese: là dove i consensi sono cresciuti prima o in aree come l’Emilia-Romagna, dove i partiti di sinistra erano egemoni e venivano quindi più facilmente identificati come «nemico» da combattere, la fase identitaria è probabilmente giunta prima che altrove. In questa fase si possono far rientrare, ad esempio, i ballottaggi di Alessandria (2012), di Rimini (2012), di Roma (2013), di Venezia (2015). Nello stesso anno in cui al secondo turno di Monza fra i cinquestelle prevaleva il centrosinistra, ad Alessandria – dove i consensi del M5s avevano già raggiunto le due cifre – e a Rimini, la scelta maggioritaria (80% in un caso, 60% nell’altro) è già l’astensione. Così come a Roma nel 2013 (60%) e a Venezia nel 2015 (79%).

La fase «politica» (dal 2016)

La terza fase è quella di cui le elezioni del 2016 hanno dato vari segnali. Il primo arriva a maggio, nell’“anticipo” di Bolzano, dove per la prima volta emerge la prevalenza di scelte a favore del centrodestra. Bolzano è una città dalle caratteristiche peculiari e di dimensioni ridotte, per cui non poteva certo essere considerata rappresentativa di una trasformazione dell’intero Paese. È tuttavia un primo segnale che spinge a osservare con particolare attenzione i ballottaggi che si sono tenuti nelle altre città qualche settimana dopo. Con le elezioni di giugno viene corroborata l’ipotesi del passaggio a una terza fase. È la fase che possiamo chiamare «politica». A questo punto, la lealtà degli elettori verso il partito non è più legata esclusivamente ai temi (come prima fase) o all’affermazione della propria alterità (come seconda fase): il legame è piuttosto con gli obiettivi di vittoria politica del partito. In quest’ottica, i «giochi» politici, i vincoli e le opportunità del contesto politico non sono più rifiutati in nome della purezza identitaria, ma contribuiscono in modo decisivo alle scelte degli elettori.

I ballottaggi (2016) di Novara, Bologna e Grosseto rientrano pienamente in questa tendenza (mentre altre città studiate nel 2016 come Milano o Trieste si discostano e vedono prevalere ancora la scelta astensionista – nello studio citato in apertura sono indicate alcune possibili spiegazioni di queste differenze).

Le elezioni del 2017

E il 2017? Come si sono comportati gli elettori che due settimane fa avevano scelto i candidati cinquestelle, poi esclusi dal ballottaggio in tutte le città più importanti chiamate al voto?

Nel grafico riportato più sotto sono indicati i flussi in uscita dal M5s in dodici città al ballottaggio. In pratica, ogni barra ci dice come hanno votato domenica 25 giugno, secondo le stime del “modello di Goodman”, 100 elettori che due settimane fa avevano votato per il “partito di Grillo”.

Prima di osservare quanto emerge da questi dati, possiamo ricordare che i flussi del primo turno (quelli che stimavano le dinamiche dei voti rispetto alle politiche 2013 o rispetto alle comunali 2012) avevano indicato che le perdite subite dal M5s – laddove non finivano nell’astensione – venivano generalmente intercettate più dal centrodestra che dal centrosinistra.

E nei ballottaggi? Come si vede nel grafico, l’astensione è il principale serbatoio dove finisce l’elettore del M5s. In 7 delle 12 città analizzate (in ordine di ampiezza della quota: Parma, Catanzaro, Como, Piacenza, Genova, Alessandria, Verona), più della metà dell’elettorato sceglie questa destinazione. In altre città (Lecce o Pistoia) è una quota vicina alla metà che sceglie l’opzione del “non-voto”.

Tra i due schieramenti di centrodestra e centrosinistra – nella maggior parte dei casi – è il primo ad attrarre maggiormente l’elettore cinquestelle. In alcuni casi questo avviene con notevoli scarti (è il caso in particolare dell’Aquila dove quasi tre quarti degli elettori cinquestelle si dirigono verso il candidato di centrodestra), altre volte con scarti più contenuti. Le eccezioni sono tre. Quella più evidente è rappresentata da Lecce, dove metà dei “grillini” si riversano sul candidato di centrosinistra dando un contributo rilevante alla sua vittoria in rimonta. A La Spezia, la prevalenza del centrosinistra è di minore entità e ancora minore è quella che si registra a Catanzaro.

Quel che emerge non è dunque un quadro univoco. Occorrono indagini più approfondite sui singoli contesti locali per formulare ipotesi più precise relative ai motivi che hanno portato singoli candidati dell’uno o dell’altro schieramento ad attrarre o a respingere gli elettori cinquestelle. Tuttavia, emerge con una certa chiarezza che il centrodestra risulta in generale più attrattivo per gli elettori del M5s “orfani” del loro candidato. Calcolando la media aritmetica delle 11 città dove il centrosinistra è presente (non c’è a Verona) è il 18,3% degli elettori cinquestelle che si dirigono verso questo schieramento al ballottaggio. La media aritmetica delle 11 città dove il centrodestra è presente (non c’è a Parma) ci dice invece che è il 32,1% a scegliere questo approdo. Tenendo conto che anche al primo turno i flussi in uscita dal M5s avevano premiato più il centrodestra del centrosinistra, si può dunque dire che sembra confermarsi l’ipotesi di un consolidamento, nell’elettorato cinquestelle, di motivazioni “politiche” al voto guidate dall’opposizione al centrosinistra e al suo attuale leader Matteo Renzi.

Fonte: Istituto Cattaneo

 

 

Analisi a cura di Rinaldo Vignati (340-3758112)

Con la collaborazione di M. Gentilini e M. Marino

 

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