Lezioni americane – di Pier Giorgio Ardeni

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Eppure, Clinton ha perso. I collegi elettorali si vincono con la maggioranza, e questo ha fatto Trump. La mappa stato per stato mostra che dei 30 stati che hanno preferito Trump, 17 hanno visto un aumento della partecipazione, mentre dei 21 che hanno preferito Clinton, ben 11 hanno visto un calo. Negli “swing states” (quelli in bilico), Trump ha vinto con maggioranze risicate, ma ha vinto. E il consenso maggiore per Trump è venuto proprio da quelle contee dove la maggioranza è di bianchi non laureati, la white working class (andamento del voto per gruppi tra il 2004 e il 2016, fonte: New Work Times).

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E se neri, ispanici, asiatici e nativi hanno votato en masse per Clinton, è pur vero che è il loro supporto che è drammaticamente calato rispetto a quello che avevano espresso per Obama, come mostra questo grafico (andamento del voto per gruppi tra il 2004 e il 2016, fonte: New Work Times).

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Se il tycoon palazzinaro, uomo dei media e miliardario – proprio come il nostro ex croupier poi assurto a presidente del consiglio più di vent’anni fa – ha catalizzato la rabbia schiumosa della white working class delle rust belts e delle great plains, questa ha avuto la meglio sul voto giovanile, nero, ispanico, femminile delle grandi città dell’est e dell’ovest, scolarizzato, informato, desideroso di avanzamento economico e sul piano dei diritti. Il tycoon non ha stravinto, ha semplicemente vinto, raccogliendo la maggioranza in molti stati grazie al non voto di quei ceti e gruppi sociali che già avevano seguito con una certa speranza Obama e che Hillary Clinton, per la sua appartenenza ad un establishment visto come refrattario ad un cambiamento che già con Obama aveva faticato a manifestarsi, non ha saputo riportare al voto. Non ci hanno creduto, non hanno avuto fiducia e hanno lasciato il campo ai nostalgici della dominazione bianca, dello status quo degli anni che furono. Il non voto di ceti frustrati e disillusi ha dato spazio a quelli che non avevano più avuto voce.

È impressionante soprattutto come il voto giovanile, di giovani bianchi neri e ispanici, con titolo di studio sia calato drasticamente, a fronte di un voto di bianchi, uomini, senza titolo di studio, che è invece cresciuto come mai prima. Il 70 per cento di quelli che hanno votato per il tycoon – secondo un’indagine svolta a caldo – avrebbe dichiarato che “si stava meglio negli anni ‘50” e che quella è stata l’età dell’oro. Quote di giovani che avevano votato per più del 40% per Obama sono scesi sotto il 10%… Certo, la white working class è divenuta maggioritaria. Ma questo è potuto accadere perché la working class composta di neri, ispanici e asiatici, di laureati e white collars è venuta meno, disillusa e nauseata. Il messaggio razzista, misogino, bigotto e revanscista ha avuto la meglio su un messaggio “progressista” ormai svuotato. Hanno detto no in tanti, non sono andati a votare, e così hanno prevalso gli altri. L’America di oggi non è più razzista e misogina di ieri. Ma è un’America dove i giovani, le minoranze, gli immigrati hanno perso fiducia.

Nel 2008, Obama- con la sua travolgente campagna all’insegna del “yes, we can” – aveva ricevuto ben 69,5 milioni di voti, contro i 60 milioni del suo opponente McCain. Ben 8 milioni di votanti democratici non si sono ripresentati all’appello, laddove Trump ne ha ricevuti appena 600 mila in più di Romney. Sono quegli 8 milioni di delusi quelli sui quali ci si deve interrogare oggi. Se c’è da capire cosa è riuscito a promettere il tycoon a quella “maggioranza” che era rimasta silenziosa per decenni, sovrastata da una maggioranza che soprattutto con Obama aveva ritrovato fiducia, è anche vero che c’è da capire perché il messaggio progressista non è passato.

Se non è irrealistico pensare che quelli della white working class saranno i primi a non beneficiare delle eventuali politiche che ne verranno – forse che i repubblicani del congresso si appresteranno a mettere in atto politiche a favore di quei ceti medio-bassi? Ma chi ci crede? – c’è soprattutto da capire che il vero allarme viene dall’astensione di giovani, neri, ispanici, immigrati, musulmani e di ogni altra fede, gente che non vede più nelle politiche dell’establishment la risposta ai loro bisogni e che, forse, solo Bernie Sanders era riuscito parzialmente ad intercettare. Il tycoon non ha vinto di molto ma ha portato a sé una maggioranza retrograda, facendo leva sul razzismo, il desiderio di rivalsa, anti-urbano, anti-culturale, bigotto, anti-storico perfino, del ventre cupo della provincia americana. Clinton, invece, non è riuscita a portare al voto quelli che avevano creduto nelle politiche che non sono venute, che Obama non è riuscito a rendere, quel ceto urbano misto, quelle minoranze che hanno sempre guardato all’America come land of opportunity e che oggi si ritrovano penalizzate da un sistema che le stritola, disilluse.

La seconda lezione – già messa in luce dal referendum inglese sulla Brexit – è che il tema della re-distribuzione, delle diseguaglianze crescenti è divenuto caldissimo e gli esiti del malcontento da questo generati sono evidenti nel consenso che sempre più gli appelli contro una globalizzazione e un primato dell’economia e della legge del capitalismo selvaggio che annienta raccolgono. Se guardiamo a ciò che il trumpismo adombra, troviamo in esso un mix micidiale: contro il libero scambio, contro l’immigrazione, contro il mix culturale, il richiamo ad uno status quo perduto a causa delle forze oscure del mercato, dell’economia che favorisce l’1% contro il 99% che ne è escluso. Non è stata certo la Clinton a raccogliere le forze vive di fasce che aspirano ad un’economia più giusta, che premi il talento quanto il reddito, che difenda i deboli e gli esclusi, che dia ai più sottraendo ai pochi.

Laddove il voto democratico ha prevalso, il reddito medio è più alto, il che vuol dire due cose: che le classi medie o basse o hanno votato per Trump (la white working class) o non sono andate a votare (neri, immigrati, giovani). Chi ha votato per il tycoon vuole ritornare al prima, è vero, è un mix fatto di esclusi, emarginati, senza speranza – lavoratori o ex-lavoratori dei settori “tradizionali” – tanto quanto come chi aveva sperato in Occupy Wall Street o in politiche redistributive e non è tornato a votare. Con la differenza che tra tutti gli esclusi hanno prevalso i più rabbiosi, quelli che credono in una mitica America che non sarà più, mentre quelli che studiano, che vedono le opportunità di un mondo interconnesso e che vorrebbero un’economia più giusta hanno detto no. Non sarà un’economia più giusta, quella che il trumpismo porterà, non sarà certo la re-distribuzione in cima alle priorità. Tra muri metaforici e reali, avremo un mondo in cui ci sarà meno per tutti, per l’insipienza di una classe dirigente che non ha saputo liberarsi del mantra liberistico dello scambio ineguale e della distribuzione iniqua.