Comunali 2016 – Periferie, abbiamo un problema. Il rapporto tra nuove marginalità sociali e voto ai partiti

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Il Partito democratico ha un problema nelle e con le periferie. Questa è stata una delle tesi più ricorrenti nell’analisi della recente tornata elettorale. I candidati di centrosinistra, quasi sempre espressione del Pd, hanno trovato difficoltà e hanno perso consensi al di fuori del centro geografico delle loro città (si vedano, a tal proposito, i casi di Fassino a Torino, Sala a Milano e Giachetti a Roma) o nelle fasce socialmente meno centrali – e per questo più disagiate – della popolazione. Talvolta, la periferia territoriale si sovrappone a quella sociale, nel senso che il disagio di chi vive lontano dal centro corrisponde a quello di chi si sente, socialmente o economicamente, ai margini: de-centrato rispetto al resto della società. Però, non sempre le due forme o fonti di marginalità (geografica e sociologica) coincidono: a Bologna, ad esempio, esistono zone periferiche lontane dal centro nelle quali vivono le famiglie più ricche e sicuramente meno disagiate da un punto di vista economico.

Perciò, il concetto di “perifericità” va trattato con cautela, facendo attenzione a non confondere gli aspetti meramente territoriali con quelli più strettamente sociali. Per cercare di analizzare nel dettaglio questo fenomeno e capire se, realmente, il Pd ha qualche problema con le periferie, l’Istituto Cattaneo ha analizzato il voto amministrativo nella città di Bologna. Un’analisi di questo tipo è resa possibile dall’esistenza di dati socio-demografici della popolazione (età, genere, reddito, presenza di immigrati ecc.) disaggregati a livello di singola sezione elettorale e messi liberamente a disposizione dal Comune bolognese (http://dati.comune.bologna.it/node/795).

La nostra analisi parte da un interrogativo molto chiaro: il Pd ha perso voti tra le fasce della popolazione caratterizzate da “marginalità sociale”? E, cioè, sono quelli che Luca Ricolfi ha recentemente definito “i veri deboli” (tra i quali include: “incapienti, artigiani, lavoratori autonomi, lavoratori in nero, disoccupati, esclusi dal mercato del lavoro, abitanti delle periferie”) ad avere voltato le spalle a Merola e al suo partito?

Per rispondere a questo interrogativo abbiamo preso in considerazione, innanzitutto, il reddito dei cittadini bolognesi: uno degli indicatori più efficaci per cogliere la difficoltà sociale. La figura 1 mostra la distribuzione dei voti ai tre principali candidati sindaci (Merola, Borgonzoni e Bugani, al primo turno elettorale) distinta per altrettante fasce di reddito. È opportuno precisare che questi dati non si riferiscono alla ricchezza dei singoli elettori, ma ai valori mediani del reddito nella aree territoriali corrispondenti alle sezioni elettorali. In questo senso, non siamo in grado di affermare che, ad esempio, gli elettori più benestanti hanno preferito un candidato rispetto ad un altro. Possiamo soltanto sostenere che i voti ottenuti da un certo candidato sono stati maggiori (o minori) tra le sezioni elettorali mediamente più ricche (o più povere).

Nelle elezioni del 2016 Merola ottiene la percentuale maggiore di consensi (41,2%) nelle sezioni relativamente più “povere”, mentre si ferma al 30,4% dei voti in quelle sezioni dove il reddito mediano degli elettori supera i 25mila euro. Questi dati mostrano l’esistenza ancora di un certo radicamento del Pd nelle fasce della popolazione con reddito inferiore alla media. Una distribuzione vale anche per il voto al candidato del M5s (Massimo Bugani): più forte nelle sezioni più povere e più debole nelle sezioni più ricche. Su questo piano si configura una forma di concorrenza elettorale, tra il Pd e il M5s, per la conquista della rappresentanza degli strati più marginali della società.

Al contrario, la distribuzione del voto alla candidata (leghista) del centrodestra indica un maggior radicamento in quelle sezioni elettorali dove il reddito è più elevato. Infatti, Lucia Borgonzoni ottiene in media il 33,2% nelle sezioni più ricche e all’incirca 13 punti percentuali in meno nelle sezioni con un reddito inferiore ai 18mila euro. Quindi, il centrodestra bolognese si conferma elettoralmente più forte nelle aree territoriali dove è maggiore la presenza di cittadini benestanti, mentre fa ancora fatica ad insediarsi nelle aree “popolari” della città.

 

Fig. 1 Voti percentuali a Merola, Borgonzoni e Bugani aggregando le sezioni elettorali in base a tre fasce di reddito mediano

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Fonte: Istituto Cattaneo.

 

Un altro indicatore spesso utilizzato per indagare fenomeni di marginalità sociale è quello anagrafico. Oggi sono soprattutto i più giovani, spesso precari e senza “garanzie” all’interno del mercato del lavoro, a pagare i costi più elevati della crisi economica. Anche in questo caso, usando i dati anagrafici disaggregati per sezione elettorale, possiamo valutare quali siano i partiti che meglio riescono a intercettare le domande, le esigenze, le preferenze di quelle aree territoriali in cui la presenza giovanile è più elevata (e, di conseguenza, l’età mediana dell’elettorato più bassa). Come mostra la figura 2, Merola ottiene quasi il 44% dei voti nelle sezioni elettorali con una età della popolazione più alta e “solo” il 37,5% nelle sezioni con una età mediana inferiore ai 45 anni. Questa distribuzione del voto al Pd non è una sorpresa, ma una conferma: si dimostra un partito votato e radicato soprattutto tra le persone più anziane, che si sono avvicinate o socializzate alla politica al tempo – ormai passato – dei partiti di massa.

Per gli altri due candidati (Borgonozoni e Bugani), la frattura generazionale non sembra essere né presente né così netta come lo è per il Pd. Tuttavia, per entrambi la percentuale maggiore di voti non si trova nelle sezioni con una popolazione più anziana, ma in quelle più “giovani”. Borgonzoni raggiunge il massimo dei consensi (23,2%) nelle sezioni con età mediana compresa tra i 45 e i 50 anni, mentre per Bugani il successo proviene soprattutto da quelle aree in cui vive una popolazione con un’età inferiore ai 45 anni.

 

Fig. 2 Voti percentuali a Merola, Borgonzoni e Bugani in base a tre fasce di età nelle sezioni elettorali

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Fonte: Istituto Cattaneo.

 

L’ultimo indicatore che prendiamo in considerazione per esaminare il rapporto tra marginalità sociale e comportamento elettorale fa riferimento al tema dell’immigrazione e, più nel concreto, alla presenza nella società bolognese di persone straniere. Secondo alcune analisi post-elettorali, la “paura dell’immigrazione” ha giocato un ruolo importante in questa tornata di elezioni amministrative ed è stata direttamente collegata al tema delle periferie. La presenza di immigrati, spesso relegati nelle zone periferiche più povere delle città, finisce per essere interpretata come l’attestazione di una perifericità sociale che si aggiunge a quella territoriale. Nel caso bolognese, la questione dell’immigrazione è stata portata al centro della compagna elettorale direttamente dalla candidata di centrodestra e, soprattutto, grazie alle “apparizioni” in città di Matteo Salvini, leader della Lega nord. Da veri “imprenditori della paura”, i due esponenti leghisti (Borgonzoni e Salvini) hanno cercato di cavalcare la questione degli immigrati, provando a intercettare i consensi di chi vede minacciata dagli stranieri la propria sicurezza sociale (ed economica). Ma la candidata leghista è riuscita in questa impresa elettorale? È stata in grado di raccogliere voti in quelle zone dove la presenza di immigrati è più consistente?

Come mostra la figura 3, l’impresa per la Borgonzoni sembra essere fallita. I suoi voti non provengono in misura maggiore dalle sezioni elettorali dov’è più elevata la presenza degli stranieri e, quindi, dove la paura nei confronti degli immigrati dovrebbe essere più forte. I consensi a Borgonzoni sono distribuiti in modo abbastanza omogeneo tra tutte le sezioni, senza alcun picco nelle aree a maggior concentramento di persone straniere. Da questo punto di vista, quindi, il voto al centrodestra sembra ancora essere guidato più da motivazioni di natura economica (come abbiamo visto in precedenza), piuttosto che da valutazioni di origine sociale legate all’immigrazione. Almeno a Bologna, il pocketbook voting – cioè il “voto col portafoglio” – prevale su un tipo di voto più preoccupato per la presenza, reale o percepita, degli immigrati.

Fig. 3 Voti percentuali a Merola, Borgonzoni e Bugani in base a tre fasce di presenza di immigrati* (%) nelle sezioni elettorali

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Fonte: Istituto Cattaneo. Nota: * = % immigrati stranieri negli ultimi 10 anni nelle aree territoriali delle sezioni elettorali.

 

Finora, la nostra analisi si è concentrata esclusivamente sulle elezioni del 2016, ma questa tornata elettorale ha visto molti partiti perdere voti rispetto alle precedenti votazioni comunali del 2011. A Bologna è stato soprattutto il centrosinistra a subire le perdite più cospicue, all’incirca 11 punti percentuali nell’arco di cinque anni. Dove sono stati persi questi voti? Tra quali strati sociali? Se la tesi secondo cui il Pd “soffre” elettoralmente nelle periferie è corretta, le perdite di voti maggiori si dovrebbero concentrare nelle aree più “periferiche”, ovvero tra le fasce della popolazione più marginali. Per rispondere a questa domanda, abbiamo confrontato il voto a Merola tra il 2016 e il 2011, suddividendo le sezioni elettorali, in primo luogo, per fasce di reddito. La figura 4 non lascia spazio a dubbi: il Pd perde la maggior dei voti (-15,3 punti percentuali) nelle sezioni più povere, vale a dire dove il reddito mediano non supera i 18mila euro. All’opposto, nelle aree dove risiedono i cittadini più benestanti il Pd non perde voti ma, seppur impercettibilmente, cresce (0,2 punti percentuali). Dunque, il partito di Renzi ha, effettivamente, un (nuovo) problema con le periferie. Non tanto, almeno nel contesto bolognese, con quelle territoriali in senso geografico, ma con quelle legate alla dimensione economica.

Fig. 4 Differenza in punti percentuali tra i voti a Merola nel 2011 e nel 2016 aggregando le sezioni elettorali in base a tre fasce di reddito mediano (differenza fra le % di voti validi presi da Merola nelle due consultazioni)

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Fonte: Istituto Cattaneo.

 

Nel 2016, il Pd perde effettivamente consensi nei settori meno benestanti della società, dove gli effetti della crisi economica si sono fatti sentire più duramente. All’interno di quest’area si trovano anche i più giovani, collocati dal lato “sbagliato”, o sfortunato, della frattura generazionale. Se analizziamo le perdite di voti a Merola tra il 2011 e il 2016, ci accorgiamo nuovamente che esse si concentrano soprattutto in quelle sezioni dove l’età mediana è più bassa, ossia inferiore ai 45 anni. Se essere giovani oggi è, o può facilmente diventare, una forma di emarginazione dal mondo del lavoro (e da tutto ciò che ad esso è collegato), allora anche da questo punto di vista il Pd sembra mostrare alcuni segni di debolezza.

Fig. 5 Differenza in punti percentuali tra i voti a Merola nel 2011 e nel 2016 in base a tre fasce di età nelle sezioni elettorali (differenza fra le % di voti validi presi da Merola nelle due consultazioni)

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Fonte: Istituto Cattaneo.

 

Per finire, l’ultima causa di marginalità sociale che abbiamo preso in considerazione nella nostra analisi riguarda la quota di immigrati presenti nelle sezioni elettorali. Se la presenza di persone straniere può essere considerata come una variabile che alimenta la sensazione di perifericità tra la popolazione, anche in questo caso le perdite di voti subite da Merola si concentrano nella “periferia sociale”: nelle sezioni elettorali dove la quota di immigrati supera il 14% della popolazione Merola fra il 2011 e il 2016 perde oltre 13 punti percentuali, mentre in quelle a minor concentrazione di stranieri le perdite si fermano a 9,4 punti.

Fig. 6 Differenza in punti percentuali tra i voti a Merola nel 2011 e nel 2016 in base a tre fasce di presenza di immigrati* (%) nelle sezioni elettorali (differenza fra le % di voti validi presi da Merola nelle due consultazioni)

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Fonte: Istituto Cattaneo. Nota: * = % immigrati stranieri negli ultimi 10 anni nelle aree territoriali delle sezioni elettorali.

 

In sintesi, le elezioni amministrative del 2016 hanno evidenziato una serie di problematiche per il Pd e, forse, più in generale, per tutti i partiti che rappresentano l’establishment, il centro del potere politico. Le periferie stanno mostrando segni crescenti di disaffezione e distacco nei confronti dei partiti tradizionali, a cominciare dal partito che, più degli altri, per storia e cultura politica, viene identificato in certe regioni con il potere politico. Alla prima occasione utile, chi oggi vive – per citare Francesco Alberoni – “alla periferia del centro”, cioè in condizioni di crescente difficoltà sociale, ha in parte voltato le spalle ai rappresentanti del potere centrale, sia esso locale o nazionale.

Le cause di questo malessere sono incerte, anche perché non ne esiste una soltanto, ma si tratta piuttosto di una combinazione di fattori che ha spinto alcuni gruppi sociali lentamente ai margini, ai confini dei centri decisionali, sociali e geografici. Come abbiamo visto in questa sede, chi “abbandona” le periferie non lascia soltanto dei territori in balia di se stessi, ma finisce per rafforzare quel “deficit di rappresentanza” esistente/crescente tra partiti e cittadini che, prima o poi, in forme nuove o antiche, verrà colmato da chi saprà offrire la migliore risposta ai nuovi bisogni di una società messa ai margini.

 

Analisi a cura di Marco Valbruzzi (3493294663)

 

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