Referendum 17 aprile 2016

Conferme e sorprese dall’analisi dei flussi di voto tra elezioni europee e referendum. Il Movimento 5 stelle e la sinistra partecipano massicciamente, nel Pd prevale l’astensione, ma è soprattutto il centro-destra a disertare le urne

Se l’esito del referendum, col mancato raggiungimento del quorum, è stato chiaro e può dunque considerarsi un capitolo chiuso, le percentuali emerse dalle urne sono materia su cui politici e osservatori continueranno a discutere, alla ricerca di indizi su quel che avverrà alle prossime scadenze elettorali – le amministrative di giugno e, soprattutto, il referendum costituzionale di ottobre. L’elevato astensionismo è un segnale confortante per il presidente del consiglio? Oppure i 13 milioni di sì sono per lui l’indizio di future mobilitazioni anti-riforme? Risposte univoche a queste domande è impossibile darle. Dall’analisi dei flussi elettorali è però possibile ricavare elementi utili ad approfondire i significati del voto.

Com’è noto, l’analisi dei flussi elettorali (il cosiddetto “modello di Goodman”) è una tecnica statistica che consente di stimare i passaggi di voto da una scadenza all’altra a partire dai risultati delle singole sezioni elettorali. Per ragioni tecniche, l’analisi viene compiuta non sull’intero territorio nazionale ma su singole realtà urbane. In questo caso, anche per ragioni di disponibilità dei dati, abbiamo compiuto una prima analisi su cinque città (Torino, Brescia, Firenze, Pescara e Napoli), distribuite in diverse aree del Paese. Per ragioni di omogeneità abbiamo considerato le elezioni europee del maggio 2014 come punto di riferimento dal quale stimare i passaggi di voto (si tenga dunque presente che in quell’occasione il Pd ottenne un picco di consensi particolarmente elevato). Nelle tre tabelle abbiamo dunque riportato il comportamento di voto (astensione, voto per il sì, voto per il no) dell’elettorato delle tre formazioni politiche che alle europee del 2014 erano risultate le più votate – Partito democratico, Movimento 5 stelle e Forza Italia.

In quattro delle cinque città (fa eccezione Napoli), la maggioranza degli elettori del Pd non si è recata alle urne (a Brescia e Firenze l’astensione ha riguardato il 65-67%, a Torino e Pescara il 5556%). L’incognita è capire quanto la componente minoritaria (ma tutt’altro che trascurabile) che è andata a votare abbia, con la sua partecipazione al voto, voluto marcare una differenza politica rispetto al segretario/presidente del consiglio e quanto, invece, abbia più semplicemente dato ascolto alla propria sensibilità ecologista o al retaggio di una cultura partecipativa che considera il voto come un dovere civico. È evidente che nei due casi il significato e le conseguenze del voto sono ben diversi.

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